
>con Antonio Allegra< Terzo incontro del ciclo "Lotta di classe e movimento socialista e comunista in Italia". Dopo il Fascismo e la Resistenza, il PCI cambia forma ancora una volta: da partito di quadri (poi nella versione clandestina) al “partito nuovo”, di massa. Diventa così qualcosa di diverso (non proprio di nuovo) da ciò che era all’atto della sua fondazione nel 1921, la cui versione bolscevica durò pochissimo (fino alla messa al bando nel 1926).
Con questa formula organizzativa prova a dare vita a un percorso di “trasformazione rivoluzionaria” (secondo un’espressione ricorrente nei documenti) del Paese attraverso le formule prima della “democrazia progressiva” e poi della “via italiana al socialismo”, la cui sostanza consisteva in una via gradualista e parlamentare, di lotta e di egemonia politica e culturale con le quali portare le “masse popolari” al governo.
Le future “riforme di struttura” per la democratizzazione in senso socialista della politica e dell’economia saranno la declinazione pratica di questa strategia che a buon diritto può chiamarsi “riformista”.
L’ambiguità del riformismo (strumento per il socialismo o stampella del capitalismo nella fase della ricostruzione?) perdurerà per mezzo secolo fino allo scioglimento del partito, equivoco che ha portato alla lunga a privilegiare il mezzo (le riforme) e a perdere di vista il fine (la “trasformazione rivoluzionaria”), non ponendo mai a verifica la strategia e i mezzi con cui attuare la strategia.
Col fallimento della rivoluzione in Occidente, dalle parole del Gramsci dei Quaderni si enucleava una diversa modalità rivoluzionaria per i paesi imperialisti, quella della “guerra di posizione” la cui caratteristica principale, a differenza della “guerra manovrata”, non sarebbe consistita nell’avanguardia delle trincee ma in tutta l’organizzazione di retroguardia che avrebbe sostenuto la linea del fronte.
Da queste metafore militaresche si passò alla declinazione pratica di Togliatti per dare vita alla sua strategia, non più bolscevico-rivoluzionaria (per l’assalto al “palazzo d’inverno”, “guerra manovrata”), ma gradualista con una forte organizzazione di quadri ma soprattutto di massa (guerra di posizione).
Si può discutere a lungo quanto le previsioni di Togliatti fossero nel giusto, ma di certo quella degli anni Cinquanta fu una battaglia di retroguardia, più che una guerra di posizione. Non si trattava di avanzare lentamente ma inesorabilmente verso il potere (cosa che non avvenne mai), ma si trattò della sopravvivenza stessa del partito di massa e di una forza comunista in sé: nel clima del più becero anticomunismo nazionale e internazionale e del più vieto clericalismo anticomunista del Vaticano, il PCI fu osteggiato e ostracizzato, dopo l’iniziale partecipazione al governo nazionale subito dopo la fine della guerra, fino ad arrivare all’attentato a Togliatti, “evocato” e realizzato nel luglio del 1948.
Il PCI, a livello nazionale, riuscì sicuramente a salvarsi e a dare “rappresentanza politica” alle masse proletarie e popolari. In questo senso il PCI del dopoguerra, quello di Togliatti, è stato sicuramente un protagonista di primo piano della storia della Repubblica italiana, e non è errato dire che è stato una forza che ha consolidato la democrazia in questo paese che non ha mai finito di fare i conti con il fascismo. Tutto questo, del resto, era quanto affermato e voluto dalla linea di Togliatti.
Ma non riuscì a dare incisività alle masse popolari, che, più che modificare, subirono le politiche reazionarie della borghesia e della DC-Vaticano. Al massimo riuscì ad arginarle, per quello che gli fu possibile....
Prossimo e ultimo appuntamento del ciclo: venerdì 26 Febbraio 2021, "Il PCI, il '68 e il compromesso storico".