
⚠️ Trigger Warning: linguaggio - contiene citazioni ma le parole più volgari / dispregiative sono state censurate se pronunciate da me (anche come citazione) perché non mi sento a mio agio. Se ho riportato audio altrui per motivi di cronaca non ho censurato. Quando riporto audio altrui parlo di “estratto” e non si tratta della versione integrale, eventuali tagli sono stati fatti solo per ragione di sintesi senza andare ad inficiare o manipolare il contenuto degli stessi.
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In questa puntata ricostruisco e analizzo la vicenda della chat “Fascistella”, un caso che ha coinvolto alcune note influattiviste italiane (nello specifico: Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Flavia Carlini) e che, al di là degli aspetti giudiziari, rappresenta un esempio illuminante della crisi del femminismo digitale in Italia.
Prendo questa storia come paradigma: il punto di incontro tra personal branding, attivismo performativo, dinamiche di gruppo e uso distorto del linguaggio.
Da qui si apre una riflessione più ampia sullo stato del femminismo mainstream online e sulle sue contraddizioni: la centralità degli influencer, la spettacolarizzazione della militanza, la confusione tra visibilità e autorevolezza, e il rischio di trasformare un movimento politico in una strategia di engagement.
Partendo dalle frasi emerse nelle chat, esploriamo insieme:
– la piramide della violenza e la cultura dello st*pro nel
linguaggio quotidiano;
– perché “il privato è politico” vale anche nell’era digitale;
– la differenza tra feminist rage (rabbia femminile) e livore;
- bad feminists;
– cosa significa davvero decostruire e assumersi responsabilità;
– e perché influattivismo e femminismo non sono sinonimi.
Un episodio critico, necessario, scomodo ma urgente: per riportare al centro un femminismo che sia studio, pluralità, etica e coerenza — e non un algoritmo da assecondare.