Non ricordo l'anno esatto. Primi anni novanta
Lunghi anni di gavetta leccese.
Terminati gli studi all’Accademia di Belle arti, provo a far fruttare economicamente le mie abilità grafiche, procurandomi infinite commissioni, spesso mal pagate… a volte non pagate per nulla.
Vengo in contatto con architetti, imprenditori, gestori di televisioni private e presunti art director di agenzie pubblicitarie leccesi.
Giovane e pieno di speranza, mi imbatto puntualmente in personaggi senza scrupoli.
Il Gatto e la Volpe sono sempre dietro l’angolo, pronti a richiedere il mio “prezioso apporto artistico”... per poi dileguarsi senza scrupoli, al momento del conto.
Sono quasi tutti fascisti, come emerge dalle loro battute confidenziali, ma ben travestiti da onesti gentiluomini pieni di intenti umanitari, nei loro appelli pubblici.
Si inaugura a Lecce il nuovo centro commerciale Centrum. Fra i vari negozi, c'è anche una sede Benetton. I gestori hanno richiesto dei grandi controsoffitti in pvc con le riproduzioni delle fotografie di Oliviero Toscani.
Non esiste ancora la stampa digitale e il titolare della “Grafiche Press” mi chiede di dipingere a mano quelle immagini. Utilizzo una tecnica impressionista, senza disegno, dipingendo direttamente sui teloni, imbevendo un grosso pennello in barattoli di colori serigrafici. Uso solo i colori primari, aiutandomi con un proiettore di diapositive, nell’enorme spazio dei capannoni, nelle campagne di San Ligorio. Sono velocissimo. In pochi giorni realizzo tutti i pannelli richiesti. I soggetti sono gli scatti iconici e provocatori di Toscani. Non so quanto sia costato, economicamente, quel lavoro alla Benetton… ma il titolare della “Grafiche Press” mi liquida in fretta, dandomi quattro soldi, asserendo che in fin dei conti non ci avevo impiegato poi tanto tempo…
La Benetton inaugura con successo i suoi nuovi locali e la Grafiche Press si prende, ovviamente, tutti i meriti (e i soldi).
Il titolare dell'agenzia pubblicitaria, sulla scia del peggior berlusconismo possibile, si dà alla politica, diventando assessore del comune di Lecce. In rete, è ancora possibile leggere numerosi articoli sulle sue condanne per truffa…
Devo ringraziare anche lui, se nel 1996 maturo la decisione di lasciare il Salento e cambiare mestiere, per un lungo esilio, durato una dozzina di anni. Anche mio fratello e le mie tre sorelle lasciano il Salento per analoghi motivi, decidendo, però, di non tornare più.
Sapete qual è la parte più interessante?
Che nessuno di loro si è mai sentito colpevole.
Non gli architetti.
Non gli imprenditori.
Non i creativi col doppiopetto e l’ideologia usa e getta.
Perché loro non rubavano.
No.
Loro “offrivano opportunità”.
L’opportunità di lavorare gratis.
L’opportunità di farti crescere.
L’opportunità di sparire.
E mentre io dipingevo teloni giganteschi nelle campagne,
mentre i miei quadri diventavano soffitti,
mentre Toscani firmava campagne milionarie…
qualcuno imparava una cosa molto più utile dell’arte.
Come trasformare lo sfruttamento in carriera.
Alcuni di loro oggi fanno politica.
Altri fanno impresa.
Altri fanno ancora i moralisti.
Parlano di legalità.
Di giovani.
Di futuro.
Con la stessa faccia con cui, trent’anni fa, mi dicevano:
“Dai, alla fine non ci hai messo poi tanto”.
Il problema non è che io me ne sia andato.
Il problema è che loro sono rimasti.
Sono rimasti lì.
A comandare.
A decidere chi vale e chi no.
A spiegare ai ragazzi che la passione è più importante del conto in banca.
E poi si stupiscono se i giovani scappano.
Se il Sud si svuota.
Se i talenti spariscono.
Non scappano dal Sud
Scappano da voi.
Io, nel ’96, ho fatto l’unica cosa rivoluzionaria possibile:
ho detto no.
Ho mollato tutto.
Ho cambiato vita.
Ma non mi sono dimenticato.
Perché certe ferite non servono a guarire.
Servono a ricordare.
E questa storia non è nostalgia.
Non è rancore.
È memoria politica.
E la memoria, quando parla,
fa molto più rumore
di qualsiasi centro commerciale inaugurato con lo spumante.
I cinque episodi del podcast sono riuniti in un unico racconto.
Ho scritto questo diario per raccontare la morte di mia madre.
Ho cercato di fermare il tempo e di ricordare le emozioni che per otto lunghi mesi hanno accompagnato l'agonia della mia famiglia.
Oggi sono qui, sul mio terrazzo, a scrivere queste cose su un telefonino, a te, che da un anno riposi in un vaso di cenere, sul comò della tua camera da letto, a mille chilometri da qui. Sto pensando, alla fine, di cancellare tutto, di eliminare questi inutili file di testo, perché non serve a niente scrivere “Della morte di mia madre”, non serve a nessuno, leggere queste pagine di dolore.
Sicuramente, anziché della morte, avrei dovuto utilizzare il mio tempo a scrivere “Della Vita di mia madre”, avrei dovuto parlare di tutte le cose belle che hai vissuto insieme a noi, mamma, di come ci hai cresciuti, di come ci hai viziati, di come hai sopportato il peso e le ingiustizie della vita… di come ti sei sacrificata per tutti noi.
Certo, sarebbe stato più facile, più comodo… e lo farò, ne sono sicuro.
Ma per farlo, dovevo prima riuscire a superare la tua morte.
E oggi, mamma, a un anno di distanza… purtroppo, non ce l’ho fatta. Non ho ancora superato la tua assenza.
La mamma ci ha aspettati prima di chiudere gli occhi per sempre.
Ora è libera.
Noi no
Noi no, noi non siamo liberi.
Siamo legati: le mani, i piedi, la testa, il cuore.
Papà ora non dovrà più fare quella strada, due volte al giorno per andare a trovarla, non dovrà più cercare il parcheggio all’ombra di quegli alberi magri, salire le scale di quella "bella" casa di riposo, quella struttura capace solo di accompagnare i suoi ospiti verso l'infinito.
Mai nessuno uscirà vivo da quelle stanze.
Come tutti noi, anche mio padre si era rassegnato.
A vederla lì, inerme e sofferente, da più di otto mesi, era stato uno strazio infinito per tutti. Dopo i primi periodi, avevamo sperato, pregato, cercato un gancio a cui aggrapparci per riavere indietro la nostra Anna.
I santi e le madonne non ci hanno mai ascoltato.
I medici non ci hanno consolati mai.
Ora dovremo avere a che fare con le agenzie funebri e la burocrazia del caso.
Lo facciamo. Lucidamente. Papà decide per la cremazione. Siamo tutti d'accordo...
La camera della mamma, in fondo a un lungo corridoio, è l’ultima a sinistra, al primo piano.
Per accedervi, bisogna prima districarsi in un labirinto di magazzini, cortili e scale.
Prima di giungere alla sua porta, si passa davanti alle stanze degli altri ospiti della struttura. Sono tutti pazienti allo stato semi-vegetale… più o meno nelle condizioni di mia madre.
Ce ne sono anche alcuni giovani, ridotti così da brutti incidenti. Nel corridoio si sente il vociare delle infermiere e degli operatori che spingono i carrelli con le lenzuola da cambiare. Camminando, si sente il rumore di un condizionatore d’aria difettoso e le chitarre elettriche di un televisore rimasto acceso su un canale musicale che non c’entra niente col contesto… e col paziente di quella camera, disteso, con gli occhi persi nel vuoto.
Le pareti interne delle varie stanze sono personalizzate con fotografie e oggetti che ricordano il passato dei malcapitati. In una camera c’è il palloncino della festa di compleanno di una donna, con la forma del numero 57, tutto dorato. In un’altra c’è il poster del Milan che alza la coppa dei campioni e una maglietta a righe rossonere. La dottoressa ci ha detto che l’altro giorno è venuto a trovarlo un calciatore famoso.
È l'inizio di un lungo calvario.
Incontriamo molti medici e tecnici che ci dicono, in modi diversi, la stessa verità: pressoché impossibile una ripresa cerebrale per mia madre, poiché l'emorragia è stata devastante.
Uno o due alla volta, entriamo in terapia intensiva.
Eccoci goffamente imbacuccati. I guanti in lattice sono sempre troppo stretti e le dita trasudano bolle liquide. La mascherina e la cuffia ci lasciano scoperti solo gli occhi, mentre cerchiamo di allacciare il camice, indossato sempre in modo sbagliato.
Così conciati, entriamo a vedere, finalmente, la nostra mamma. Se la situazione non fosse così drammatica, lei riderebbe, a vederci vestiti in modo così buffo. Ma purtroppo non siamo in un brutto film... e lei non è cosciente.
Ho scritto questo diario per raccontare la morte di mia madre. Ho cercato di fermare il tempo e di ricordare le emozioni che per otto lunghi mesi hanno accompagnato l'agonia della mia famiglia.