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Il Punto della Settimana
Giornale Radio
29 episodes
2 days ago
Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito, in podcast e sui profili social di Giornale Radio, la radio libera di informare. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Episodes (20/29)
Il Punto della Settimana
La più bella di sempre | Il Punto della Settimana
Francamente, tra le tante dipartite che hanno segnato l’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, ad amareggiarci maggiormente è stata quella – anche a costo di apparire irriguardosi – di Brigitte Bardot, la donna più bella di sempre. La ragazzina irrefrenabile che “fulmina” letteralmente il mondo, esordendo, nel 1956, sotto la regia di Roger Vadim nel film “E Dio creò la donna” – nel quale, tra l’altro, appare distesa al sole completamente svestita – diventa immediatamente un mito globale irraggiungibile, inimitabile e tale da incarnare un modello di femminilità destinato ad andare ben oltre i confini del pianeta cinema. Brigitte seduce, infatti, in maniera naturale, selvaggia e provocante (ma al tempo stesso quasi ingenuo), affascinando l’immaginario collettivo dell’epoca. Quel suo muoversi con la grazia di una ballerina, indossando i vestiti più semplici – che però su di lei hanno un effetto devastante – fa subito della ragazza parigina uno spontaneo e, forse, inconsapevole simbolo rivoluzionario di libertà al femminile. B.B. rappresenta, quindi, fin dall’epoca del suo esordio, un nuovo tipo di icona cinematografica, che ben poco ha a che vedere con il modo di porsi e di essere delle altre dive degli Anni 50 e 60, in gran parte costruite, nei minimi dettagli, negli Studios hollywoodiani. Nessun’altra come lei riuscirà, infatti, a creare una così travolgente energia femminile, limitandosi ad un filo di trucco o a camicie e jeans presi un po’ a caso, ma capaci, comunque, di esaltare la sua bellezza disarmante. Irrequieta e talvolta capricciosa, nonostante lo straordinario successo raccolto in vent’anni passati da un set all’altro, la Bardot avrà sempre un rapporto contrastato con la celebrità: al punto di avere spesso dichiarato di sentirsi “prigioniera” della sua stessa immagine pubblica. Una sorta di prigionia che, infaustamente, la indurrà, più di una volta, a cadere persino in tentazioni suicide. E, forse, è proprio questo il motivo che la porterà a prendere – a soli 39 anni – la clamorosa decisione di dire addio al cinema, per dedicarsi totalmente alla difesa degli animali, mettendo così al servizio della loro causa tutta la sua visibilità e dando, pertanto, voce a chi purtroppo ne aveva sempre avuta pochissima. Per oltre mezzo secolo, Brigitte sarà quindi, la più nota militante animalista al mondo. Dopo aver vissuto in maniera straripante la sua giovinezza, allo stesso modo interpreterà il suo nuovo ruolo umanitario, non senza, più volte, sconfinare nel politicamente scorretto, come quando – con tutto il nostro più convinto appoggio – si schiererà contro alcuni tipi di macellazione che, facendo riferimento ad anacronistici dettami religiosi, non prevedono la sedazione o lo stordimento dell’animale prima del suo abbattimento. Tutte battaglie che, tra l’altro, le costeranno – spesso e volemtieri - non poche beghe giudiziarie: ma l’intrepida attrice di “Babette va alla guerra” non era certo il tipo da farsi intimidire facilmente… Adesso però, tornata finalmente allo splendore dei suoi anni più belli, aspetta senz’altro l’arrivo dell’estate per riproporci quelle magiche stagioni fatte di play boy italiani, paparazzi, flirts ferragostani, scie di motoscafi all’avventura e danze sfrenate fino all’alba nei locali della “sua” Saint – Tropez. Davvero incredibile che non ci sia più. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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1 week ago
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Il Punto della Settimana
Dissimulazione | Il Punto della Settimana
In questa settimana si è molto discusso – e assai opportunamente anche su Giornale Radio - del caso dell’imam che una pronuncia della Corte di Appello di Torino ha salvato, in extremis, dall’esecuzione di un provvedimento di espulsione che lo avrebbe ricondotto nel suo Paese di origine, dove, per altro, sembra non sia neanche particolarmente bene accetto. In sua difesa, da più parti, si è invocato il sacrosanto diritto di opinione che il nostro ministero degli Interni e gli altri soggetti deputati a combattere il terrorismo in Italia, avrebbero violato nei confronti di questo 47enne egiziano che, da 21 anni, guida una moschea nel capoluogo piemontese. La Corte ha argomentato la sua decisione, sostenendo che “ in uno stato di diritto, opinioni politiche o religiose non possono da sole fondare un giudizio di pericolosità”. Un ragionamento che anche noi ci sentiamo di condividere nella maniera più convinta. D’altra parte, se si dovessero espellere od arrestare tutti quelli che straparlano di politica internazionale – magari anche in prima serata televisiva – altro che carceri sovraffollate… Tuttavia, non può passare neppure inosservato il fatto che un imam – straniero o italiano che sia - non è un cittadino qualsiasi, dal momento che il suo ruolo è quello di guidare una comunità di persone che a lui si ispirano e si rivolgono per trarre degli insegnamenti e delle indicazioni di carattere non solo prettamente religioso, ma anche giuridico, morale e, quindi, in definitiva, pure politico. Esiste, quindi - e a nostro avviso non va affatto sottovalutato – il rischio che alcuni commentatori del Corano possano trasformarsi – più o meno consapevolmente – in “cattivi maestri”, tanto per richiamare alla mente una definizione che ci riporta agli Anni di Piombo. Anni nei quali non pochi intellettuali e docenti universitari, pur non avendo certamente mai preso personalmente una pistola in mano, fornirono, comunque, delle malate giustificazioni ideologiche a troppi individui che non esitarono - sciaguratamente per se stessi e per gli altri - a seguirne alla lettera gli insegnamenti. Questo per dire che, durante i tradizionali sermoni islamici del venerdì – soprattutto perché si tengono in arabo – non è poi così difficile predicare certe cose, per poi smentirle tranquillamente quando ci si trova di fronte ad un interlocutore italiano...E qui, torniamo a sottoporre alla vostra attenzione un concetto sul quale il Punto della Settimana, più di una volta, si è già soffermato in passato. E stiamo parlando della “Taqiyya” (parola che significa dissimulazione), ossia di quella pratica che consente al fedele musulmano di nascondere o negare esteriormente i propri principi per tutelarsi dai suoi nemici, ma che talvolta è stata, purtroppo, anche interpretata come una sorta di licenza generale all’inganno politico. Ed a questo proposito, due giorni fa, ci è capitato di leggere di un tentativo di realizzare, a Cremona, un’esperienza di tipo ecumenistico tra la comunità cattolica e quella islamica. Erano gli inizi di questo secolo e, spesso e volentieri, vescovo ed imam prendevano parte a dibattiti e manifestazioni congiunte in cui non si faceva altro che parlare di pace e di fratellanza umana. Peccato però, che nell’aprile del 2003, il “moderato”imam cremonese sia stato arrestato – unitamente ad altri suoi adepti – mentre stava preparando una strage tremenda nel Duomo di Milano... In conclusione, abbiamo tutti ben chiaro come sia quasi impossibile entrare nei retro pensieri altrui per coglierne la sincerità oppure la doppiezza. Non resta, quindi, che un’alternativa tra il confidare nella buona fede di chi si dichiara in un certo modo - per poi, magari, dover raccogliere cadaveri innocenti – ed una sofferta cautela che, invece, pur di evitare il peggio, può talvolta sconfinare anche nell’ingiustizia. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Il Punto della Settimana
Il bivio di Giorgia Meloni | Il Punto della Settimana
L’insidioso sentiero che Giorgia Meloni si è trovata a dover affrontare, nel corso di una settimana caratterizzata da una serie di scosse tellurico / politiche così violente come quella che ci siamo appena lasciati alle spalle, non è certo dei più invidiabili. Non ci vuole, infatti, un grosso sforzo di fantasia per immaginare lo stato di forte imbarazzo con cui la nostra premier deve aver ricevuto Zelensky a Palazzo Chigi (per confermargli la ormai tradizionale solidarietà italiana), proprio mentre dalle agenzie di stampa arrivavano le ultime dichiarazioni rilasciate da Donald Trump sul conto del leader ucraino, definito dal tycoon come “un venditore di fumo ineguagliabile” che “ha persuaso il disonesto Joe Biden a dargli 350 miliardi di dollari”, andati tutti in fumo, dal momento che “il 25 per cento del suo Paese è scomparso”. Parliamo di imbarazzo perché Meloni, in questa fase della politica internazionale in cui a prevalere è essenzialmente l’incertezza, da un lato non può permettersi di distanziarsi troppo dagli altri Paesi europei: pena la perdita di quella credibilità - appena faticosamente conquistata su scala continentale - di leader affidabile, coerente e distante da certe velleità che caratterizzano, invece, le altre Destre europee. Dall’altro, perché, al tempo stesso, intende anche assolutamente evitare di mettere a repentaglio quel rapporto privilegiato che, forse, ha veramente stabilito con l’attuale inquilino della Casa Bianca. Pertanto, dinanzi a Giorgia Meloni, si pone oggi un dubbio amletico, rappresentato da due tipi di scelta che, alla lunga, potrebbero rivelarsi addirittura inconciliabili tra di loro: e cioè, se puntare decisamente sull’amicizia americana, oppure se continuare ad appoggiare strenuamente la resistenza di Kiev. Come erano belli e facili i tempi in cui, sotto la presidenza Biden, armare Kiev, sottoscrivere le sanzioni a Putin e denunciarne i crimini di guerra, significava non solo seguire le indicazioni dell’Unione Europea, ma confermare anche serenamente la realtà di una relazione speciale con Washington... Oggi, purtroppo, lo scenario è profondamente cambiato: al punto che, comunque si muova, il Governo italiano rischia seriamente di deludere qualcuno... Gli Stati Uniti, se si mostra troppo comprensivo nei confronti delle ragioni di Zelensky, oppure gli altri partners europei se, invece, cerca di prendere tempo, nella speranza che, prima o poi, qualcosa di buono cada dal cielo... Così si spiegano le dichiarazioni molto sfumate del dopo-vertice romano, attraverso le quali il presidente ucraino ha espresso genericamente la sua gratitudine nei riguardi del nostro Paese per il suo “ruolo attivo nel processo di pace”, senza però accennare nemmeno di sfuggita a nuove forniture di armi o al destino dei 210 miliardi di beni russi bloccati dall’Europa. Si tratta, infatti, di temi sui quali l’esecutivo Meloni – almeno per il momento – preferisce ancora, nei limiti del possibile, prudentemente sorvolare. E non a caso, una nota di palazzo Chigi, a commento della giornata dedicata alla visita di Zelensky, si limiterà, banalmente, a ribadire la solita e scontata importanza “dell’unità di vedute tra i partner di Usa ed Europa”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Il Punto della Settimana
Colpirne uno per educarne cento | Il Punto della Settimana
All’inizio dello scorso week end, la redazione de ‘La Stampa’ di Torino è stata – come tutti ormai ben sappiamo - oggetto di una scorribanda orchestrata dai militanti filo palestinesi del centro sociale Askatasuna, i quali hanno potuto entrare indisturbati dentro la sede del giornale, mettendola a soqquadro, spruzzando scritte antisemite e rovesciando una quantità non trascurabile di letame al suo ingresso. Nell’apprendere la notizia, siamo rimasti piuttosto sorpresi, considerata la linea certamente ben poco amichevole tenuta – almeno fino a quel momento – dal quotidiano piemontese nei confronti di Israele. Anzi, a voler essere più precisi, ci sono venute in mente le risultanze di una una ricerca sull’antisemitismo – recentemente presentata al CNEL dal professore di Statistica, Sergio Della Pergola – secondo la quale, tra le principali testate italiane, sarebbe proprio La Stampa quella che, più di ogni altra, dal 7 di ottobre al 19 settembre 2025, ha seguito una marcata linea narrativa anti israeliana. Ed effettivamente, chi come noi non manca di andare ogni giorno sulle pagine del giornale diretto da Andrea Malaguti, avrà senz’altro notato la presenza sistematica di editoriali, cronache ed interviste che portano le firme di giornalisti e studiosi apertamente schierati a favore della causa palestinese. Ma forse, pretendere che gli assatanati profanatori di una sede - dinanzi alla quale, non dimentichiamolo, nel 1977 le BR uccisero l’allora vice direttore Carlo Casalegno – conoscano veramente il pensiero dei tanti intellettuali che esprimono la loro condanna nei confronti dello Stato ebraico, è pretendere un po’ troppo. Presumiamo, invece, che – anche in considerazione del prestigioso incarico che (forse immeritatamente) ricopre – certe letture Francesca Albanese sia solite farle...Per questo motivo ci appaiono gravissime, intimidatorie e senza attenuanti le sue parole circa il “monito ai giornalisti per tornare a fare il proprio lavoro”. Che cosa ha, dunque, inteso dire? Che se proprio un giornale non giustifica apertamente la violenza e non si presta a farsi megafono di una spudorata propaganda anti occidentale, allora è meglio che chiuda prima che a farglielo capire intervengano le brutte maniere? Durante la Rivoluzione Culturale Cinese, iniziata nel 1966, Mao Tze Tung invitava le sue guardie rosse a “colpirne uno per educarne cento”...Ebbene, il senso di quanto dichiarato dalla Albanese a proposito dei fatti di Torino, ci sembra avvicinarsi di molto a quello inteso dal Grande Timoniere, esponendo, in generale, la categoria dei giornalisti, al rischio di cadere vittime di altri attacchi. Immaginiamo che d’ora innanzi – soprattutto a Sinistra – qualcuno incominci a pensarci non due, ma duemila volte prima di rilasciarsi andare a quei troppo facili ed ingannevoli innamoramenti, che hanno indotto parlamentari ed amministratori locali a conferire, demagogicamente ed incautamente, onorificenze che, adesso, se potessero, vorrebbero magari anche revocare...Purtroppo però, le ambiguità e gli opportunismi che, negli ultimi mesi, hanno spinto partiti e sindacati ad assecondare le pretese delle flottiglie ed i capricci di Greta Thumberg, il danno che dovevano fare, ormai lo hanno fatto. E vedrete che adesso, tanto per archiviare la pratica, anche per Francesca Albanese, il futuro avrà i contorni di un bel seggio a Strasburgo. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Il Punto della Settimana
Vieni, c’è una casa nel bosco | Il Punto della Settimana
Nel seguire la vicenda della famiglia nel bosco – con tutte le discussioni che ha alimentato – ci siamo chiesti a chi, in definitiva, appartengano veramente quelli che noi siamo soliti considerare come i “nostri” figli. Certamente non allo Stato, ma nemmeno a noi. I bambini sono, infatti, esseri umani assolutamente liberi e nei confronti dei quali i genitori non possono vantare alcun diritto di “proprietà”, potendo, invece, accollarsi soltanto dei doveri di “responsabilità”, inerenti alle decisioni che si presume siano le più adeguate da prendere nel loro interesse. Tuttavia, se la famiglia manca a questo riguardo, qualcuno dovrà pure occuparsene e, allora, sembra quasi inevitabile che ad intervenire siano le istituzioni pubbliche. Anche se, a ben vedere, stabilire esattamente in che cosa poi davvero consista il meglio per un bambino, è un problema che lascia sempre aperto un certo margine di incertezza interpretativa. Quante volte, infatti, abbiamo sentito dire che quello del genitore è “il mestiere più difficile del mondo”, perché, in genere, per troppo amore, si finisce spesso e volentieri per sbagliare...Certamente, tanto per fare un esempio, quel padre e quella madre che hanno deciso di non mandare i propri figli a scuola non avranno agito nella consapevolezza che, una volta divenuti adulti e non disponendo di alcun titolo di studio legalmente riconosciuto, questi verranno a trovarsi, dall’oggi al domani, a dover fare i conti con una società che non potrà loro riservare altro che disoccupazione e gravi difficoltà di inserimento...No, quei genitori avranno senz’altro creduto di poter proficuamente investire, per i propri pargoletti, in un futuro nel quale ad un colloquio di lavoro sarà sufficiente raccontare di non essere diplomati o laureati, ma di avere, comunque, studiato lo stesso, in qualche modo, per conto proprio...E qui, pur non volendo affatto esprimere giudizi di merito su una questione così delicata, ci viene però spontaneo richiamare in causa quel concetto di “responsabilità”, cui abbiamo prima accennato. Quella responsabilità che non dovrebbe mai farci scordare il fatto che ogni scelta che noi compiamo liberamente – in mala o buona fede che sia – produce sempre delle conseguenze sugli altri. E, soprattutto quando si tratta dei figli, responsabilità significa essenzialmente comprendere che la nostra autonomia decisionale finisce proprio là dove a cominciare è il loro avvenire. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Il Punto della Settimana
L’incauto “scossone” | Il Punto della Settimana
L’impressione che ci è rimasta - riflettendo sulla “querelle” sorta, in questa settimana, sulle parole che il consigliere della Presidenza della Repubblica per la Difesa, Francesco Garofani, si è lasciato incautamente sfuggire in merito ad un auspicato “scossone” in grado di far sloggiare Giorgia Meloni da Palazzo Chigi - è quella che il vero “bersaglio” del ragionamento di Garofani non fosse tanto la Premier, quanto la Segretaria del Partito democratico. Ed in effetti, a ben vedere, al di là delle intenzioni del quotidiano che le ha diffuse, si tratta di affermazioni che non paiono tanto orientate ad esecrare la presenza della Meloni al Governo, quanto, invece, a lamentare l’inadeguatezza di un’opposizione che - a meno, appunto, di uno “scossone” inviato dalla provvidenza - non sembra assolutamente in grado di rappresentare un’alternativa politica credibile (e, quindi, potenzialmente vincente) rispetto all’attuale maggioranza che guida il Paese. Pertanto, questo “scossone” della controversia riteniamo vada inteso – negli auspici di chi lo ha evocato - come un qualche cosa che dovrebbe cadere dal cielo proprio sul Campo Largo e possibilmente – considerato il passato politico, da ex democristiano, dello stesso Garofani - a favore dei Centristi che oggi militano, contando davvero pochino, nel PD. Intendiamoci, non è affatto normale che un consigliere di Mattarella faccia determinate esternazioni in un ristorante, facendo, di conseguenza, sorgere legittimamente dei dubbi circa il suo modo di essere “super partes”, ma è anche vero che stiamo pur sempre parlando di un personaggio che, avendo anche ricoperto cariche parlamentari nel PD, non lo si scopre certamente oggi...Impensabile, infatti, che, come per magia, una volta arrivato a frequentare le stanze del Quirinale, abbia improvvisamente subito una mutazione genetica tale da renderlo, del tutto, politicamente rigenerato. Ecco perché, nella sostanza (ma non nei modi irrituali), pensiamo che non ci sia poi da meravigliarsi troppo per quanto Garofani abbia detto in un momento trascorso con vecchi amici e parlando più che altro di calcio tra una portata e l’altra. Piuttosto, ci sarebbe stato da stupirsi se, da quella tavolata, fossero arrivati giudizi lusinghieri su Giorgia Meloni e sul suo Esecutivo... Invece, il dato politico più rilevante che ne è emerso è quello che, al Quirinale, c’è qualcuno che, evidentemente, non considera la candidatura della Schlein come una valida opzione da contrapporre a quella della Meloni.
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Il Punto della Settimana
Contro natura | Il Punto della Settimana
Se la morte di un figlio, già di per sé, rappresenta l’esempio più inequivocabile di ciò che possiamo considerare come un evento “contra naturam”, quando è poi addirittura un genitore a causarla intenzionalmente, allora ogni tipo di riflessione - morale o intellettuale – non può che lasciare spazio al più profondo e puro sgomento. Quello che avviene in questi casi è, infatti, il più drammatico ribaltamento di tutti i più basilari istinti amorosi e protettivi che si possa concepire. Giovedì scorso, abbiamo avuto notizia , contestualmente, di una madre che, a Trieste, ha ucciso con una coltellata alla gola il proprio bambino di nove anni e di un’altra che, a Bergamo, è stata giudicata penalmente irresponsabile (per incapacità di intendere e volere) in merito alla soppressioni di due figli: una quando aveva quattro mesi e l’altro quando ne aveva, invece, due. Per quanto incredibili ed assolutamente inaccettabili, i dati ufficiali ci rivelano che, in Italia, dal 2000 al 2023, sono stati 535 i genitori che hanno personalmente posto fine all’esistenza dei loro figli, con una prevalenza (nella misura del 60%) della componente materna. In genere, a commento di questi fatti, psichiatri, assistenti sociali e magistrati ci spiegano che tutto è stato reso possibile da stati di “profonda depressione” o da sensi di inadeguatezza di fronte ai compiti previsti da ogni percorso genitoriale. Sarà senz’altro così. Anzi, è senz’altro così. Tuttavia, noi ci chiediamo, profondamente angosciati, per quale ragione tutte queste argomentazioni vengano, solitamente, chiamate in causa quando oramai è troppo tardi per impedire il verificarsi di una tragedia. Possibile che il destino di un bambino o di una bambina - lasciati in balìa di soggetti spesso manifestamente inadeguati rispetto sia ai doveri, che alle gioie genitoriali - debba davvero significare così poco per la società in cui tutti viviamo? Possibile che la maggior parte di noi trovi sufficientemente rassicurante pensare che, per quanto si tratti certamente di accadimenti tristissimi, sono pur sempre cose che a noi non capiteranno mai? Possibile che le pareti delle nostre case siano talmente ovattate da risultare del tutto insonorizzate di fronte a certe grida di disperazione?
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Il Punto della Settimana
L’esperimento di Mamdani | Il Punto della Settimana
Il successo ottenuto dai democratici nella tornata elettorale del 4 novembre scorso, è un qualche cosa che, indubbiamente, è andato al di là delle più rosee aspettative che potessero nutrire i militanti di un Partito che, dopo la sconfitta di Kamala Harris alle ultime presidenziali, sembrava davvero brancolare nel buio. Invece, gli ampi margini di scarto ottenuti dai suoi candidati nei confronti dei loro avversari repubblicani – su tutti, il neo sindaco di New York, Zohran Mamdani, che ha preceduto di circa 200mila preferenze l’ex governatore Andrew Cuomo – stanno a rivelare che il suo encefalogramma era ancora ben lontano dall’essere divenuto completamente piatto. In particolare, le analisi post voto hanno registrato una recuperata capacità, da parte democratica, di raccogliere consensi anche presso alcune componenti sociali – come l’afroamericana e l’ ispanica – che, esattamente lo scorso anno, si erano, invece, espresse in favore di Donald Trump e del Grand Old Party. Forse, il deludente risultato ottenuto dai repubblicani, trae origine, in buona misura, dalla volontà di una fetta consistente dell’elettorato americano, di reagire dinanzi a certi aspetti arroganti e confusi della politica trumpiana. E forse, tra quelli che si sono recati alle urne, non sono stati in pochi a farlo pur di andare contro alla presidenza più istrionica e divisiva di cui si abbia memoria. Certo è che il Partito democratico non si è limitato soltanto a riprendersi dalla batosta del 2024, ma ha pure finito per stravincere il confronto con un Partito repubblicano che si è – come già si ipotizzava – confermato un po’ troppo dipendente dalla presenza o meno del suo leader sulle schede elettorali. Cosa che, soprattutto in vista delle prossime consultazioni di medio termine del 2026, farà squillare un campanello di allarme particolarmente sonoro nelle orecchie dei sostenitori dell’ideologia MAGA. Mattatore assoluto della giornata elettorale è risultato, senza dubbio, il giovane Mamdani che, pur partendo dalla scomoda posizione di perfetto sconosciuto, ha, comunque, saputo conquistare i favori di oltre il 50% dei votanti, grazie ad una campagna condotta prevalentemente sui social e ad un programma politico insolitamente “socialista” per la società statunitense. Il suo primo discorso, da sindaco della Grande Mela, ha assunto immediatamente toni di sfida nei confronti del Tycoon che, non a caso, è stato invitato ad “alzare il volume”, per meglio ascoltare la rivendicazione delle sue origini, della sua religione e delle sue posizioni politiche, intese come basi sulle quali costruire un meccanismo di assalto al sistema di potere trumpiano. Propositi, quindi, molto ambiziosi e determinati che, probabilmente, battezzano la nascita di un nuovo personaggio nella politica a stelle e strisce, anche se - almeno a nostro avviso - è ancora abbastanza prematuro consideralo come un vero e proprio punto di riferimento imprescindibile ed alternativo per una strategia politica nazionale. Mamdani rappresenta, infatti, un nuovo populismo di sinistra, in qualche modo, quasi speculare rispetto al populismo di destra che ha riportato Trump alla Casa Bianca. A ciò va aggiunto che, nello stesso martedì elettorale, i democratici, oltre al brillante risultato di New York, ne hanno anche ottenuti diversi altri, assai significativi: su tutti, i governatorati della Virginia e del New Jersey, andati a due donne moderate, Abigal Spanberger e Kikie Sherrill – entrambe con un passato nella CIA o nell’esercito – le quali hanno lasciato da parte i pregiudizi woke ed i sofismi del politically correct, per puntare molto più concretamente su temi che investono la vita quotidiana degli Americani come la sanità o il costo della vita. Al momento, all’interno del Partito Democratico, si fronteggiano, quindi, due anime che si auto candidano per recitare la parte di anti-Trump. E certamente - fermo restando che a Mamdani, non essendo nato negli USA, una eventuale corsa alla Casa Bianca sarà sempre impedita per legge - possiamo lo stesso immaginare che sulla scelta delle future candidature democratiche – siano esse per il mid term o per la Presidenza nazionale – inciderà moltissimo anche l’esito del suo esperimento newyorkese. Esperimento che però, oggi, appare ancora del tutto immerso nell’imponderabile: animato com’è da entusiasmi egualitari, non sempre così facili da tradurre in fatti concreti. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Il Punto della Settimana
Malumori sotto il Ponte | Il Punto della Settimana
Vogliamo evitare – anche se, in verità, un minimo di tentazione ci sarebbe – di considerare l’intervento della Corte dei Conti sul Ponte di Messina come una sorta di bomba ad orologeria, il cui timer era stato posizionato proprio sulla data in cui il Senato avrebbe dato il via libera definitivo alla Riforma Nordio. Si sarà, senz’altro, trattato di una banalissima coincidenza, anche se resta il fatto che, comunque, i magistrati contabili hanno stoppato una grande opera per la quale era ormai tutto pronto, ignorando, tra le altre, anche le aspettative di migliaia di lavoratori che il cuore su questo travagliato Ponte lo avevano già messo sul serio, facendo affidamento, per se stessi e per le loro famiglie, su stipendi garantiti per diversi anni. Nel bocciare la delibera Cipess del 6 agosto che avrebbe segnato l’avvio operativo per il Ponte sullo Stretto, la Corte dei Conti ha, pertanto, deciso di fermare un progetto strategico già approvato da Parlamento, Governo e organi tecnici, pur nella consapevolezza – almeno si spera – di bloccare non soltanto la realizzazione di una straordinaria sfida ingegneristica, ma anche un’importante opportunità di sviluppo per l’intero Mezzogiorno. Aveva davvero il potere di farlo? In Italia si, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, dove – si vedano gli esempi di Francia, Germania e degli altri principali Paesi continentali – alle magistrature contabili vengono assegnate esclusivamente funzioni di revisione ed eventuali responsabilità ex post. Solo da noi la Corte può intervenire ex ante, inibendo così l’attuazione di decisioni politiche già deliberate e solo in Italia può, quindi, esercitare un controllo preventivo che non ha eguali nelle altre Nazioni europee. Del resto, di questa nostrana anomalia funzionale ne erano certamente già consapevoli i membri della Commissione Bilaterale per le Riforme Costituzionali presieduta da quel “bieco reazionario” di Massimo d’Alema, che, alla fine degli Anni 90, avevano addirittura concepito la soppressione della Corte dei Conti, distribuendo le sue funzioni giurisdizionali al Consiglio di Stato e quelle consultive all’Avvocatura dello Stato. E si trattava di una chiara presa di coscienza circa l’incompatibilità sussistente tra controllo preventivo e responsabilità politica. Poi, ovviamente, come di tante altre riforme italiane, non se ne fece più niente. In conclusione, ci pare che la Corte dei Conti vada profondamente riveduta, secondo criteri conformi alle esigenze del nostro tempo. Con ciò non intendiamo certo dire che i controlli non debbano rimanere puntigliosi e severi: tuttavia, bisogna assolutamente fare in modo che non possano più aprioristicamente frustare l’azione governativa. In altre parole, il controllo di legalità è una cosa, mentre l’interferenza sulla volontà politica è un’altra. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Le ragioni di Sinner e quelle di Vespa | Il Punto della Settimana
In queste ultime ore, quello che, per la maggior parte dei media italiani, era diventato un modello assoluto ed inarrivabile di classe sportiva e di fair play - da esibire orgogliosamente al mondo intero quale massima gloria nazionale - è ritornato ad essere, improvvisamente, quell’ingrato “crucco” che, lo scorso anno, aveva già deciso di disertare i Giochi Olimpici di Parigi. E si, perché il fino a ieri tanto idolatrato, Jannik Sinner, ha pensato bene di ricordarci di non essere - contrariamente a quanto abbiamo sempre preteso da lui - un autentico semi dio, ma di appartenere, invece, molto più banalmente (e facciamocene una ragione) anch’egli alla specie umana. Niente finale di Davis, quindi, per la condanna corale pronunciata da una sbrigativa campagna di denigrazione giornalistica che, insolitamente, è riuscita nella non facile impresa di accomunare testate di tutti gli schieramenti politici. Si è chiesto, per primo, l’eterno Bruno Vespa perché mai un italiano dovrebbe tifare per Sinner. Per uno che è tedesco di lingua madre, che risiede a Montecarlo e che decide di non giocare per la nazionale in Coppa Davis solamente perché vuole prendersi una settimana di vacanza in più. Forse, la domanda Vespa la dovrebbe rivolgere ai milioni di Italiani che sono rimasti attaccati al televisore per oltre cinque ore, quando il fuoriclasse di San Candido era unanimemente percepito come l’eroe azzurro che, alla fine, trionfava là dove nessuno dei nostri tennisti era mai riuscito ad arrivare. Alla faccia - in quelle esaltanti giornate di Wimbledon o di Roland Garros - della sua germanica chioma fulva che ha finito per far piacere le carote anche a chi non le aveva mai mangiate o del suo modo di porsi garbato e distaccato che, certamente, ha ben poco di campano o di romagnolo. Meno male che tutti quelli che si intendono di tennis – compresi i mitici campioni della Davis del 76 Panatta, Bertolucci e Barazzutti – hanno evitato di buttare la croce addosso a Sinner, riconoscendo un certo fondamento alla scelta di rinunciare ad un trofeo divenuto ormai molto meno prestigioso che in passato, per rifiatare in attesa degli impegni che contano maggiormente. Del resto, anche Federer, per la storica Insalatiera, ha giocato, con la nazionale elvetica, una sola volta in tutta la sua carriera, privilegiando sempre i tornei individuali. Così come anche hanno, a loro volta, fatto pure Nadal e Djokovic. Il grande tennis oggi non è più quello di Pietrangeli o di Panatta, ma è un altro e l’Italia, in questo momento, sembra stranamente essere l’unico luogo al mondo a non essersene ancora accorto. Quello di Jannik Sinner non è, dunque, un tradimento della Patria, anche perché la Davis non è l’equivalente tennistico di un mondiale di calcio. Il tennis è uno sport individuale che, tra l’altro, negli ultimi anni, ha esasperato questa sua caratteristica, alimentando una distanza quasi abissale tra l’interesse che un qualsiasi giocatore professionista nutre per un ricco torneo dello Slam e quello che può, invece, provare verso un’Insalatiera d’altri tempi. Pertanto, in vista delle APT Finals che si giocheranno a Torino a novembre e degli Open di Australia in programma a gennaio, è più che comprensibile la scelta di Jannik e del suo team di saltare la Davis. Davis di cui, comunque, l’Italia ha vinto le due ultime edizioni anche grazie al contributo determinante fornito proprio dal nostro “ingrato crucco”. Saremmo, infine, anche curiosi di leggere le reazioni e i commenti di certi nazionalisti dell’ultima ora se, venendo incontro alle loro attuali pretese, Sinner ritornasse sui suoi passi, giocasse per la nazionale compromettendo la sua preparazione e poi, magari, disputasse una stagione deludente nel 2026. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Intanto Hamas continua a sparare | Il Punto della Settimana
Sembra che il fragile “cessate il fuoco” che Donald Trump - con la sua solita faciloneria auto celebrativa - ha presentato “urbi et orbi” come fosse un autentico e consolidato piano di pace, stia, purtroppo, cominciando a rivelare i suoi limiti. Se, infatti, mettiamo da parte gli unici effetti immediati e davvero importanti dell’Accordo di Sharm el Sheikh – ossia il rilascio degli ostaggi vivi da parte di Hamas e la riapertura (almeno parziale) di Israele ai valichi che consentono l’ingresso a Gaza dei generi di prima necessità - per il resto, la situazione pare tutt’altro che rassicurante. Non soltanto Hamas resta ferma nella sua - del resto mai negata - intenzione di non rinunciare affatto ad una porzione della sua dotazione militare, ma ha pure continuato a farne ampiamente uso, lanciando una spietata caccia ai membri di altre organizzazioni gazawite rivali. Con tanto di esecuzioni pubbliche e sommarie, delle quali tutti noi abbiamo potuto comodamente prendere visione, attraverso foto e video che si direbbero realizzati apposta per ricordarci che, nella Striscia, a comandare sul serio è ancora chi, a partire dal 2007, non ha fatto altro che colpire a morte chiunque si azzardasse a contestarne il potere assoluto. Tra l’altro, il tutto avviene se non con il placet, almeno nel cinico e superficiale disinteresse dell’ottimo Trump, il quale, parlando con la stampa, ha liquidato le immagini di quelle esecuzioni, accennando ad “un paio di bande che erano particolarmente pericolose” e la cui eliminazione non gli ha, quindi, “dato molto fastidio”...Anzi, come è noto, il suo Piano di pace prevede pure che ad Hamas venga assegnato un controllo, sia pur temporaneo (ma staremo a vedere quanto) su alcune parti di Gaza, conferendo, di fatto, al gruppo terroristico una sorta di via libera ad operare come “forza di polizia” nella Striscia. Almeno fino a che non prenderà corpo quell’amministrazione transitoria, che dovrebbe essere costituita da un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della “gestione quotidiana dei servizi pubblici e dei municipi per il popolo”. Si fida, quindi, la Casa Bianca, fino al punto di individuare in un’organizzazione di barbari dal grilletto facile, un valido strumento di controllo territoriale. Poi chissà - in fondo siamo pur sempre in Terra Santa - un giorno o l’altro avverrà pure un miracolo e, magari, Hamas accetterà persino di disarmare spontaneamente... In un contesto di questo tipo, risulta alquanto assordante il silenzio generale delle Sinistre europee, dei centri sociali, dei gruppi pro-Pal (e magari anche dei maranza), in merito alle violenze esercitate da Hamas nei confronti di altri palestinesi. Strano che proprio coloro che dichiarano di avere così a cuore la causa del popolo palestinese non spendano neanche una parola per condannare il clima di terrore che, pure in queste ore, continua imperterrito ad imperversare su Gaza...Quasi esistessero vittime gazawite di categorie diverse: alcune da commemorare ed altre meno, a seconda di chi è il boia... E per la verità, almeno fino ad oggi, anche la Destra nostrana, adeguandosi al prevalere di un opportunistico senso di sudditanza trumpiana, ha preferito sorvolare sulla gravità di certi accadimenti, negando, a sua volta, a quelle sventurate genti, un sia pur minimo cenno di solidarietà umana. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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La prima fase | Il Punto della Settimana
Si apre, dunque, la prima fase dell’accordo siglato a Sharm El Sheik tra Israele e Hamas dopo due divisivi ed interminabili anni di guerra. La firma arriva, in larga misura, grazie alla mediazione di Qatar e Turchia (che di Hamas sono sempre stati, notoriamente, sostenitori), oltre a quella decisiva dell’Amministrazione americana (soprattutto, nella persona di Jared Kushner, il brillante affarista, genero di Donald Trump). Tornano così finalmente a casa gli ostaggi – vivi o morti che siano - ancora imprigionati a Gaza, per la più che comprensibile felicità delle loro famiglie, rimaste per troppo tempo in uno stato di ansia crudele e logorante. Tornano – dovrebbero essere 48 – in cambio del rilascio di circa duemila attivisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, dei quali 250 sono ergastolani che scontano condanne per attentati terroristici. Un rapporto che potrà forse apparire piuttosto squilibrato, ma che, in realtà, rientra perfettamente nella tradizione che, fin dal 2011, aveva visto Hamas liberare il soldato israeliano Gilad Shalit (prigioniero da 5 anni) in cambio di 477 detenuti palestinesi. Gli obiettivi di questa guerra, per Tel Aviv, erano due: e cioè, l’eliminazione da Gaza del gruppo terrorista ed il ritorno degli ostaggi. Solo il secondo è stato – o almeno si spera – raggiunto, mentre il primo è, come del resto era prevedibile, fallito. La presenza di Hamas resta, infatti, se non militarmente, almeno politicamente tutt’altro che estirpata ed appare, quindi, ingenuo ipotizzare che, da parte sua, ci sia – come le chiederebbe il piano Trump - un’effettiva disponibilità al disarmo totale ed alla rinuncia ad esercitare un ruolo politico nella Palestina che verrà. D’altra parte, Israele – salvo, ovviamente, agire in modo tale da dare sul serio ragione a quanti lo accusano di genocidio – si era venuto a trovare in una situazione senza vie d’uscita: 24 mesi di uccisioni e di distruzioni nella Striscia non erano, infatti, bastati per vincere la guerra e la contrarietà stessa (più volte emersa) di buona parte dell’esercito e dei servizi segreti al proseguimento delle azioni militari, non poteva continuare ad essere ignorata “sine die” dal governo Netanyahu... L’idea di occupare Gaza – tanto cara agli elementi meno presentabili della politica israeliana - esigeva, infatti, un costo troppo alto sia in termini di vite umane, che in termini di isolamento internazionale. L’impressionante sostegno mediatico nei confronti della causa palestinese che, col passare del tempo, è pericolosamente divenuto un vero e proprio “placet” per Hamas, stava (e sta) infatti portando il mondo intero ad identificare Israele in uno Stato criminale. Può davvero un Paese democratico come Israele rinunciare ad avere scambi commerciali, diplomatici o culturali come fosse una Corea del Nord qualsiasi? Certo che no...e probabilmente un segnale inequivocabile, in questo senso, a Netanyahu è arrivato lo scorso settembre, quando l’attacco missilistico lanciato sul vertice di Doha è fallito proprio per il boicottaggio messo in atto dal Mossad. Tra l’altro, questo ennesimo e maldestro passo falso di Bibi ha pure sortito l’effetto – altro segnale che le cose in Medio Oriente erano in evoluzione – di indurre Trump a fornire al Qatar la garanzia di un intervento militare in suo favore in caso di nuove aggressioni. Un privilegio, finora, mai concesso ad alcun stato arabo ed al quale hanno fatto seguito le pubbliche (e certamente non spontanee) scuse di Netanyahu con l’emiro di Doha. Il Qatar e la Turchia sono stati – almeno sino a ieri e unitamente all’Iran – i santi protettori di Hamas e, in definitiva, forse continuano ancora ad esserlo, visto che, tutto sommato, i fondamentalisti di Gaza, hanno pur sempre ottenuto il tutt’altro che scontato impegno dello Stato ebraico a non riprendere la guerra. Israele esce, quindi, da questa “prima fase”, incassando il ritorno degli ostaggi e riportando molti successi tattici - ma non definitivi - quali possono essere considerati il ridimensionamento militare di Hamas, di Hezbollah o dell’Iran. Ma la strada per una sorta di palingenesi mediorientale resta ancora, indubbiamente, molto lunga ed accidentata. A Trump, nei confronti del quale non abbiamo mai nascosto la nostra disistima, va, comunque, dato atto di essere stato l’unico attore in grado di prospettare un concreto barlume di speranza per la fine di un conflitto che magari non sarà “millenario” come lo definisce lui (a proposito, qualcuno glielo spiega, una volta per tutte, che Israele è nato soltanto nel 1948?), ma che, comunque, di atrocità e di fanatismi ne ha già vissuti fin troppi.
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Due pesi e due misure | Il Punto della Settimana
Mentre la Flottiglia andava incontro al suo tragico destino, tra la solidarietà violenta e settaria di tante nostrane anime pie, dall’Italia – nel disinteresse generale - partiva, alla volta dell’Ucraina, un’altra spedizione umanitaria composta da 110 nostri connazionali, più che mai determinati a mettere davvero a repentaglio la propria pelle, pur di portare soccorsi a quella “martoriata” (tanto per usare un aggettivo caro a Bergoglio, ogni volta che parlava di Ucraina) gente di Kharkiv che, in quanto a stragi e distruzioni, se ne intende un pochino anche lei... L’iniziativa è stata presa dal MEAN, Movimento Europeo di Azione Nonviolenta: un gruppo nato subito dopo lo sciagurato 24 febbraio e costituito da pericolose organizzazioni eversive di estrema destra come l’Azione Cattolica, Reti della Carità o Base Italia, fondata – quest’ultima - dall’ex segretario della FIM Cisl, Marco Bentivogli... E, tra l’altro, stiamo parlando della 13esima missione che il MEAN compie nel Paese di Zelensky. Dite la verità, quanti di voi ne avevano mai sentito parlare? Certamente ben pochi, visto che si tratta di attività che vengono sistematicamente ( e volutamente) ignorate da parte di tutti quei media che pure, per giorni e giorni, non hanno fattoo altro che esprimere apprensione ed ammirazione per le eroiche e quasi salgariane avventure della Flotilla... La missione a Kharkiv si svolge in una zona di guerra che risulta essere tra le più esposte all’offensiva russa: i missili e i droni fanno male anche lì, esattamente come fanno male a Gaza. Eppure, nessuno – ma proprio nessuno – si è degnato di augurarle almeno uno straccio di fortuna e tanto meno di assegnarle se non proprio l’appoggio della fregata Alpino, perlomeno quello di una scorta di reduci della Grande Guerra...Se poi qualcosa, in Ucraina, non dovesse andare propriamente per il verso giusto e qualcuno dei volontari italiani dovesse concretamente avere dei problemi di dialogo con gli aerei di Putin, allora state pur certi che né a Landini, né ai geniali strateghi del Campo Largo verrà mai in mente di indire scioperi generali o di scendere in piazza per, come si suol oggi dire, “bloccare tutto”. Anzi, pare quasi di vederli e di sentirli i giornalisti, i politici e gli ospiti dei talk show nostrani mentre “tirano le orecchie” agli attivisti del MEAN e li accusano di irresponsabilità politica, di “avventurismo” e, quindi, di essersela, in definitiva, anche andata a cercare... ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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“Giuristi per Gaza” | Il Punto della Settimama
Abbiamo appreso, proprio in queste ore, che, da qualche giorno, circola nei Tribunali italiani un “appello dei giuristi per Gaza ” - promosso da due magistrati di Bologna – che, sul sito di “Giustiziainsieme”, ha già superato le 1300 adesioni. Scopo dell’iniziativa è quello di convincere il maggior numero di giudici possibile a far precedere l’inizio delle loro udienze da una sorta di preambolo che, ricalcando lo Statuto della Corte Penale Internazionale, dovrebbe ricordare agli amministratori della giustizia, ai cancellieri, agli avvocati ed alle parti in causa che “è dovere di ciascuno Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”. Questo – sia chiaro – anche nei casi in cui l’oggetto del processo sia distante anni luce dalle questioni mediorientali. E non stiamo parlando di un colpo di genio isolato, perchè anche il consiglio nazionale di Magistratura Democratica ha incaricato i propri rappresentanti nell’Associazione Nazionale Magistrati di promuovere azioni di condanna sulla politica israeliana, suggerendo la lettura di comunicati analoghi a quello di cui si è detto sopra ed abbinandola all’affissione, presso ogni ufficio giudiziario, di manifesti che esprimano il “profondo sgomento per la sistematica violazione dei diritti attuato dallo Stato di Israele”. E per chi volesse meglio conoscere l’argomento, è in programma a Milano, a metà settimana, un convegno – organizzato sempre da Magistratura Democratica e da Area Democratica - su “Gaza l’umiliazione del diritto”: convegno che, tra l’altro, sarà pure culturalmente arricchito dal prezioso contributo ”super partes” graziosamente offerto dall’immancabile Francesca Albanese. Sia chiaro, qui nessuno intende assolutamente mettere in discussione la libertà di esprimere e manifestare – magari anche in modo settario – le proprie opinioni: tuttavia, poiché fin da quando eravamo ancora con il grembiule nero ed il fiocco azzurro, hanno cominciato a parlarci di “imparzialità della magistratura”, è abbastanza normale che, oggi, ci venga da chiederci dove diavolo questa sia finita... Provate a mettervi, anche solo per un attimo, nei panni di un imputato (ma anche di una parte lesa) di religione ebraica o di cittadinanza israeliana che spera di ottenere giustizia in tribunale, ma che, prima che il procedimento abbia inizio, debba sorbirsi un pistolotto a senso unico sulle malefatte di Netanyahu... Non avreste, forse, anche voi la sgradevolissima sensazione di essere finiti in una trappola insidiosa e con improbabili vie di uscita? Evitiamo, infine, di domandarci per quale recondita ragione, i diritti umani vengano sistematicamente chiamati in causa soprattutto quando si tratta di Israele e mai quando a violarli è, invece, una delle innumerevoli tirannie che pullulano su questo Pianeta. Tanto la risposta la sappiamo già: ed è la stessa da almeno duemila anni.
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Scherzi a parte | Il Punto della Settimana
L’esito milanese della cosiddetta inchiesta di “Palazzopoli”, ci induce a proporvi qualche argomento di riflessione sulla natura dei rapporti che intercorrono tra le Procure e gli uffici dei GIP. Sappiamo, infatti, che all’inizio della vicenda che aveva visto la Procura meneghina denunciare la presenza di un sotto bosco di malaffare, che avrebbe inquinato il regolare svolgersi delle attività edilizie nel capoluogo lombardo, quasi tutte le richieste cautelari avanzate dai PM erano state tranquillamente accolte dal Giudice per le indagini preliminari. E sappiamo anche – o almeno lo abbiamo appena appreso – che, successivamente, il Tribunale del Riesame le ha sostanzialmente annullate tutte, dandoci modo di sospettare che il previsto controllo giurisdizionale da parte dei GIP sulle indagini svolte dalle Procure sia, in realtà, più teorico che altro... I GIP - salvo ovviamente alcune lodevoli eccezioni – sembrano avere abdicato rispetto a quel ruolo di rigoroso controllo che la legge assegna loro, optando, invece, per quello senz’altro meno gravoso di certificatori del buon operato dei colleghi appartenenti al ramo requirente. Pertanto, se gli interrogatori preventivi a nulla sono serviti per dare credibilità a quelle argomentazioni difensive, la cui fondatezza – almeno nel caso in questione - è poi stata invece riconosciuta, in modo piuttosto imbarazzante, dal Tribunale del Riesame, allora vuol dire che siamo in presenza di un problema di sudditanza – non si capisce bene se psicologica o politica – che deve essere risolto. Spiacerebbe, infatti, dover leggere ancora di un Tribunale del Riesame che, a proposito dei provvedimenti cautelari prontamente revocati, arrivi a parlare di una “svilente semplificazione argomentativa” proposta, tra l’altro, “acriticamente”…. Intanto, a Milano, ci risulta che siano 4.891 le famiglie che, grazie appunto ad una certa superficialità investigativa, si ritrovano adesso con la casa sequestrata della magistratura, svalutata, oppure neanche mai costruita o ultimata per via del blocco dei cantieri… Ci domandiamo quindi, in conclusione, in che misura sia ancora lecito parlare di “giustizia”, in presenza di una situazione che, mentre scriviamo queste nostre poche righe, registra le incredibili difficoltà di migliaia di cittadini milanesi, i quali non sanno ancora se, da un momento all’altro, sentiranno una voce beffarda che li rassicurerà, spiegando loro giulivamente che, per qualche mese, avevano semplicemente vissuto su “scherzi a parte”. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Una sentenza che fa davvero discutere | Il Punto della Settimana
Si dice che “le sentenze non si discutono” e, francamente, questo approccio autoritario all’amministrazione della giustizia, noi lo abbiamo sempre contestato, pensando che la pronuncia di un tribunale sia un qualche cosa che riflette la cultura prevalente in un determinato momento storico e che, quindi, non costituendo affatto un’affermazione statica ed immutabile nel tempo, possa certamente essere messa in discussione seguendo l’evoluzione delle società in cui viviamo. Facciamo questo preambolo, perché profondamente contrariati dalle motivazioni della sentenza del Tribunale di Torino, secondo la quale l’aggressione selvaggia ad una donna che pure ha vissuto anni di angherie e di violenze, viene definita come “umanamente comprensibile”, se ricondotta al contesto. L’avrete forse già capito che ci stiamo riferendo al caso di Lucia Regna, ridotta quasi allo stato di cecità dalle percosse del marito e costretta a subire un intervento chirurgico della durata di sei ore, nel disperato tentativo di ricostruirle il volto completamente distrutto dalla furia criminale dell’uomo con quale è sposata da vent’anni. Tuttavia, per i giudici che hanno formulato il verdetto, l’ira del marito va, in qualche modo, compresa in quanto scatenata dalla decisione della Regna di “sfaldare” il nucleo familiare, lasciandolo per avviare una nuova relazione. Pertanto, seguendo questo tipo di ragionamento, la donna diventa sostanzialmente corresponsabile della violenza subita, poiché se non avesse rotto l’unità familiare e se non avesse scelto un altro uomo, molto probabilmente non avrebbe rischiato di perdere la vita... Insomma, ad accettare la ratio della sentenza, quei sette minuti di violenza incontrollata non sarebbero stati il frutto di “un accesso d’ira immotivato e inspiegabile”, ma piuttosto “uno sfogo ricondotto nella logica delle relazioni umane”. La corte di Torino ha poi anche aggiunto che “l’uomo si sentiva vittima di un torto”, perché lei aveva ormai un altro...e di conseguenza, nel suo caso, si può parlare di “un sentimento molto umano e comprensibile da chiunque”. Ebbene, questo “signor chiunque” - cui accenna la sentenza - vorremmo tanto appartenesse ad una specie in estinzione... Chi avrebbe mai pensato di poter ancora leggere simili motivazioni nel 2025? ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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L’America che non ci piace | Il Punto della Settimana
È appena arrivata, dall’America, la notizia dell’ultimo colpo di genio partorito dalla mente - spesso incline a stupire - di Robert Kennedy jr: l’unico ministro della Salute al mondo che invita, apertamente, la gente a non non fidarsi della Medicina ufficiale...Questa volta, l’erede della mitica dinastia bostoniana, ha pensato bene di operare un taglio di 500 milioni di dollari destinati a finanziare lo sviluppo dei vaccini basati sulla tecnologia a mRNA. Una decisione che, tra l’altro, immaginiamo non sarà risultata particolarmente gradita ad alcune grandi realtà statunitensi, come Pfizer e Moderna, che - almeno a parole - Trump ha, invece, sempre affermato di voler sostenere. Sono 22, infatti, i progetti di ricerca che, adesso, i due colossi della farmaceutica mondiale si vedranno costretti a sospendere, dal momento che – come ha spiegato Kennedy - “i dati mostrano che i vaccini non proteggono da infezioni respiratorie come Covid e influenza”. Ed a quali dati si riferisse, la comunità scientifica internazionale sarebbe davvero molto curiosa di saperlo, visto che la stragrande maggioranza degli specialisti della materia considera i vaccini a mRna come l’opzione migliore contro le pandemie. Cosa che forse, in fondo, in fondo, non esclude neanche lo stesso Kennedy il quale, come è noto, durante la crisi sanitaria, ha accettato ben volentieri che i suoi quattro figli, precauzionalmente, si sottoponessero al siero anti covid… Fin da subito, il fatto che a vegliare sulla salute dei cittadini statunitensi fosse stato designato un uomo che si era creato una vasta popolarità proprio alimentando teorie complottiste e no vax, aveva destato non poche preoccupazioni anche a livello internazionale: adesso però, a manifestare tutto il proprio disappunto sono pure intervenuti numerosi ambienti dell’immunologia americana in quella che, non a caso, l’Università della Pennsylvania ha definito “una giornata nera per la scienza”. L’Amministrazione Trump, sceglie, dunque di rinunciare ad un’arma – già sperimentata nella sua efficacia – da contrapporre alle pandemie del futuro. E lo fa, prevalentemente, per andare incontro alle aspettative di una base elettorale fanaticamente condizionata da un profondo senso di sfiducia e di rancore verso tutto ciò che appartiene alla scienza o, più in generale, alla competenza. Non c’è che dire, d’ora in poi dovremo, quindi, abituarci anche all’idea che le politiche sanitarie possano essere infaustamente condizionate da un becero populismo antiscientifico, senza che, dai piani alti, nessuno senta neanche lontanamente l’esigenza di fornire qualche giustificazione credibile a supporto delle sue scelte sconsiderate. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Il Punto della Settimana
Le parole di Mattarella | Il Punto della Settimana
Le parole pronunciate a Marsiglia dal Presidente Mattarella non contenevano, ovviamente, alcuna implicazione di carattere “russofobo”, ma volevano, invece, semplicemente rappresentare una preoccupata riflessione sui potenziali sviluppi della stabilità europea. Il Presidente si è limitato, infatti, ad esprime una amara considerazione sul momento difficile che sta vivendo il Vecchio Continente: un momento caratterizzato dal ritorno a quelle politiche di potenza, per le quali le nazioni sono temute e rispettate solamente in virtù della loro capacità di colpire le altre, anziché per gli esempi che siano in grado di dare in quanto a crescita economica ed a vita democratica. Nel Dopo Guerra, nonostante alcuni episodi di particolare tensione internazionale – come ad esempio la crisi di Cuba nel 1962 – a prevalere era, senza dubbio, stata la volontà generalmente condivisa di non ricadere nei drammatici errori commessi in un passato ancora molto vivo nella memoria di chi era sopravvissuto alle due catastrofi del “Secolo Breve”. Tuttavia – ed è questo il ragionamento che ci sembra suggerire Mattarella - quanto sta avvenendo in Ucraina comporta un arretramento degli equilibri geopolitici e li riconduce, purtroppo, agli anni in cui le soluzioni “manu militari” parevano essere le più efficaci, le più rapide e le più definitive. Pertanto, specialmente alla luce di quell’infausto 22 febbraio del 2022, viene oggi da chiedersi quanto sia cambiata la nostra percezione della sicurezza globale e quanto sia, per contro, scemata la nostra propensione a fidarci degli altri. In oltre tre anni di guerra, la prepotenza neo imperiale della Russia di Putin non è riuscita a realizzare pienamente il suo obbiettivo primario, che consisteva (e consiste tuttora) nella cancellazione perenne di ogni sorta di identità ucraina, non soltanto politica, ma anche culturale. Tuttavia, non si può neppure negare che, per la maggior parte dei Paesi europei, certi atteggiamenti aggressivi abbiano, comunque, rappresentato una sgradevolissima doccia gelata, che li ha costretti a guardare al proprio futuro attraverso lenti molto meno rosee rispetto a quelle utilizzate fino al giorno prima. Eppure - sorprendendo probabilmente non solo il resto del mondo, ma anche se stessa - l’Ucraina vive ancora: magari, perde ogni giorno qualche fazzoletto di territorio, ma, nonostante tutto, il suo sistema politico ha retto con un orgoglio, una dignità ed una libertà politica che consentono persino – sia pure sotto i missili che arrivano da Mosca – il regolare svolgimento di manifestazioni di piazza in contestazione a Zelensky. Permane, quindi, a Kiev una chiara determinazione a proseguire in quel solco tracciato dalle democrazie occidentali negli ultimi 80 anni e che ha dato vita ad un periodo di pace, benessere ed uguaglianza mai prima conosciuti nella storia dell’umanità. Di conseguenza, se Putin aveva scommesso sulla decadenza di un’Europa che si sarebbe sciolta come neve al sole, deve ora rivedere – almeno parzialmente – i suoi calcoli, dovendo prendere atto del fatto che la nostra disponibilità ad aprire allegramente le porte a quanti vorrebbero la fine dell’Occidente è tutt’altro che scontata... E qui torniamo al ragionamento di Mattarella, a giudizio del quale la vicenda ucraina “ha cambiato la storia dell’Europa”: e in effetti, è proprio su di essa che si stanno giocando tante cose, con gli Ucraini a formare l’estremo avamposto europeo in uno scontro ad Est, il cui esito potrebbe cambiare, in maniera anche epocale, il nostro stesso futuro. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Una sola riforma | Il Punto della Settimana
Quella della della separazione delle carriere dei magistrati è, probabilmente, l’unica riforma che sarà varata in questa legislatura. Ricordiamo che, al momento della formazione dell’attuale Governo, in cantiere ne erano state progettate tre: una per ogni partito che andava a comporre la nuova maggioranza. Poi Giorgia Meloni ha raffreddato notevolmente i suoi entusiasmi iniziali verso quel “premierato” che lei stessa aveva definito come “la madre di tutte le riforme”, mentre dell’autonomia differenziata tanto cara alla Lega non se ne sente neanche più parlare... Pertanto, adesso, dopo la pressoché scontata approvazione finale da parte della Camera entro la fine dell’anno, ad aspettare al varco la riforma Nordio ci sarà (presumibilmente, nella prossima primavera) un referendum confermativo. E qui, la Meloni – che immaginiamo sia memore dell’errore commesso da Renzi nel 2016, quando legò il suo stesso futuro politico all’esito (per lui infausto) del referendum sulla riforma costituzionale che portava il suo nome – dovrà stare bene attenta ad evitare alcune trappole che, certamente, non pochi giuristi e avversari politici cercheranno di collocare lungo il suo cammino. Non c’è dubbio sul fatto che il banco di prova che attende la nostra premier sarà molto meno insidioso di quello cui, a suo tempo, andò incontro il senatore fiorentino, perché, in fondo, quello della riforma delle carriere non è poi un tema vissuto in maniera così divisiva dagli Italiani: tra l’altro, non è neanche che la magistratura riscuota particolari apprezzamenti e simpatie presso l’opinione pubblica nazionale... Altro discorso valeva, invece, per il disegno renziano di revisione costituzionale che, di fatto, cancellava uno dei due rami del Parlamento e prevedeva pure un deciso rafforzamento delle prerogative del capo del governo. Tuttavia, ci pare che, per quanto Meloni possa evitare di farsi coinvolgere troppo nella prossima consultazione referendaria – lasciando magari, prudentemente, che si continui a parlare di “legge Nordio” – per lei non sarà, comunque, affatto facile impedire che un’eventuale bocciatura della riforma, non venga anche percepita come una sua sconfitta personale, in grado di incidere persino sul risultato delle elezioni politiche del 2027. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Onestà intellettuale e settarismo politico | Il Punto della Settimana
La politica – diceva il vecchio ministro socialista, Rino Formica – “è sangue e m…”, aggiungendo una parola volgare che voi potete immaginare, ma che noi preferiamo evitare di scrivere. E’ più che normale, quindi, che i partiti di opposizione a qualsiasi governo sfruttino tutte le occasioni possibili e immaginabili per denunciare incapacità, limiti e manchevolezze dell’esecutivo che intendono contrastare. Tuttavia, almeno quando sono veramente chiamati in causa i massimi interessi del Paese, un minimo di onestà intellettuale non guasterebbe affatto. E, nello specifico, ci stiamo riferendo agli atteggiamenti pregiudizialmente censori assunti da PD, 5 Stelle ed altre formazioni minori, in merito alla linea politica seguita da Giorgia Meloni in materia di dazi trumpiani. Alla premier sono, infatti, tutti pronti a rinfacciare il fallimento di una strategia ispirata al più fantozziano dei servilismi nei confronti della Casa Bianca, unitamente ad una completa assenza di autorevolezza a livello internazionale. Venga, quindi, in Parlamento – se ha il coraggio di farlo – la Meloni a riferire “su una situazione che le è completamente sfuggita di mano” ed assuma, finalmente – chiede Elly Schlein - “una presa di posizione netta e forte, che fin qui non c’è stata”. Tutto benissimo, se però qualcuno di lor signori si degnasse di spiegarci in che cosa dovrebbero mai consistere queste fantomatiche opzioni alternative, in grado di tutelare con maggiore efficacia sia gli interessi economici, che la dignità morale ed istituzionale del Paese. Avrebbe, forse, dovuto Palazzo Chigi consegnare una nota di protesta all’ambasciatore americano? Promuovere il boicottaggio dei prodotti made in USA? Oppure andare a Bruxelles a perorare – nell’isolamento quasi generale – la via suicida dei “dazi contro dazi”, costi quello che costi? Voi li vedete Conte, Schlein o Fratoianni che, per giocare con Trump al celodurismo di bossiana memoria, finiscono per impantanare le nostre esportazioni nelle sabbie mobili dei dazi al 60 per cento? Noi, francamente, no... Giorgia Meloni, in questo primo semestre di Amministrazione Trump, ha certamente cominciato a comprendere quanto possa risultare gravoso il compito - che inizialmente si era data - di fungere da ponte tra l’Unione Europea ed il suo presunto amico di Washington. Amico che inoltre, alla prova dei fatti - come del resto dimostra anche l’esito del suo sodalizio con Elon Musk – non è che, in definitiva, si sia poi rivelato un tipo tanto capace di sincere gratitudini... E’ più che normale, quindi, che, per evitare di ustionarsi in maniera irreversibile in un gioco in cui forse hanno tutti soltanto da perdere, Meloni abbia preferito lasciare ad altri certi inutili protagonismi, per limitarsi, invece, ad intervenire - con suggerimenti sempre improntati alla prudenza ed alla percezione dei pericoli – direttamente sulla presidenza della Commissione europea, che, tra l’altro, è anche la sola istituzione realmente abilitata a condurre trattative in materia di barriere doganali. E su questo punto, Giorgia Meloni è stata assolutamente ferma anche nei riguardi di qualche suo vice premier che va sostenendo che l’Italia sia “in una posizione che le può permettere di dialogare con gli Stati Uniti”. Ovviamente – aggiungiamo noi - scavalcando l’Europa e aprendo un dialogo bilaterale con Trump che certamente, fin da subito, farebbe tanto comodo a chi ha in mente di affondare Bruxelles, ma non certo alla nostra economia nel medio/lungo periodo... Ma “il negoziato si fa con l’Europa”, ha detto Meloni, zittendo così ogni genere di velleità e di fantasticheria geo politica. Non è, dunque, questa una posizione sufficientemente chiara, signori della corte di opposizione? ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it
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Il Punto della Settimana
Leggi e ascolta “Il Punto della Settimana" di Ferruccio Bovio ogni domenica mattina in esclusiva sul sito, in podcast e sui profili social di Giornale Radio, la radio libera di informare. ___________________________________________________ Ascolta altre produzioni di Giornale Radio sul sito: https://www.giornaleradio.fm oppure scarica la nostra App gratuita: iOS - App Store - https://apple.co/2uW01yA Android - Google Play - http://bit.ly/2vCjiW3 Resta connesso e segui i canali social di Giornale Radio: Facebook: https://www.facebook.com/giornaleradio.fm/ Instagram: https://www.instagram.com/giornale_radio_fm/?hl=it