Ci sono ferite che il tempo non chiude.
Non perché siano profonde…
Ma perché sono state insegnate.
Questa non è la storia di ciò che Kurenai fa.
È la storia di ciò che è diventata.
In una stanza troppo piccola per contenere i ricordi, davanti a uno specchio che non mente, una ragazza conta le cicatrici come si contano le munizioni: senza emozione, senza domande. Perché fare domande è un lusso. E lei non è mai stata ricca.
Le hanno insegnato che il pensiero rallenta.
Che sentire è un errore di sistema.
Che il destino non si sceglie… si esegue.
Ma quando il mondo tace, quando il corpo cede e la notte abbassa le difese, c’è una voce che ritorna.
Una voce che non consola.
Una voce che ordina.
C’è una città che non dorme mai.
Non perché sia viva…
Ma perché ha paura di guardarsi allo specchio.
La pioggia cade come una condanna, lavando via i volti, cancellando i nomi. Sotto gli ombrelli neri, l’umanità avanza compatta, ordinata, indifferente. Una marea che non si ferma mai. Neppure quando qualcuno cade. Neppure quando la vita si spegne a pochi centimetri dai suoi passi.
Ma ogni sistema, anche il più perfetto, ha un errore.
Un’anomalia.
Un punto cieco.