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La Sveglia di Giulio Cavalli
Giulio Cavalli
1000 episodes
2 days ago
Dal lunedì' al venerdì, ogni mattina, la sveglia per il quotidiano La Notizia. E poi le letture. E tutto quello che ci viene in mente.

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Episodes (20/1000)
La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #117
A Gaza la guerra ha smesso di chiedere attenzione. È questo il salto compiuto nelle ultime ore. I colpi continuano, i morti arrivano a piccoli gruppi, abbastanza radi da non fare titolo, abbastanza regolari da costruire una normalità. A Khan Younis tre palestinesi uccisi in episodi separati, un quindicenne e un pescatore. Non “raid”, non “offensiva”: episodi. La tregua funziona così, non ferma la violenza, la spezzetta fino a renderla digeribile.

Il mare è il luogo perfetto per questo nuovo equilibrio. Non è città, non è confine, non è campo profughi. È una zona grigia dove tutto può accadere senza dover essere spiegato troppo. I video che circolano vanno trattati con cautela, perché la propaganda vive anche di immagini. Ma il contesto è solido: a Gaza la sopravvivenza viene spinta sempre un passo più in là, fino a sembrare una colpa.

Il vero scatto politico arriva però altrove, nei palazzi. Israele ha revocato le licenze a decine di organizzazioni umanitarie. Dal primo marzo, senza registrazione, niente aiuti. Non è un atto militare, è una procedura. E proprio per questo è più pericolosa. Quando l’assedio diventa amministrazione, smette di sembrare guerra e diventa gestione. Non chiede consenso, chiede solo silenzio.

Intanto la diplomazia internazionale lavora con metodo su altri tavoli. A Parigi si discute di Israele e Siria, di confini e stabilità regionale, con mediazione statunitense. Gaza resta fuori, non perché sia irrisolvibile, ma perché è già stata archiviata. Non come problema, come metodo.

È qui che la partita è già stata vinta. La forza ha imposto il suo linguaggio e l’Occidente lo ha accettato. I diritti diventano selettivi, le emergenze stagionali, le vittime numeri da diluire nel tempo. Gaza non è più una ferita aperta. È un precedente. E i precedenti, quando passano, non tornano indietro.

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2 days ago
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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #116
Stanotte a Gaza si muore di freddo. Una madre e suo figlio sono morti a Gaza City nell’incendio di una tenda, acceso da una candela usata per scaldarsi durante un blackout. A Nuseirat una neonata è morta per ipotermia. La tregua promette quiete, produce combustione domestica. È la morte minuta che accompagna ogni cessate il fuoco raccontato come normalità ritrovata.
Nello stesso tempo Israele ha notificato la revoca delle licenze a 37 organizzazioni non governative operative nella Striscia. Dal primo gennaio le autorizzazioni decadono, dal primo marzo le attività dovranno cessare. Medici Senza Frontiere parla di criteri opachi e assenza di garanzie. Oxfam valuta ricorsi. Caritas richiama gli accordi internazionali che tutelano la presenza umanitaria. L’ONU avverte che l’impatto sarà immediato su acqua, elettricità, assistenza sanitaria di base. La macchina dell’aiuto viene ridotta per atto amministrativo, mentre le tende bruciano.
Dieci Paesi occidentali hanno firmato un appello congiunto per chiedere a Israele di garantire l’operatività delle ONG a Gaza. L’Italia non ha aderito. L’assenza pesa perché arriva mentre il governo rivendica centralità diplomatica e rispetto del diritto internazionale. Qui il diritto resta evocato, mai praticato.
Poi c’è il cielo. Mentre a terra si chiudono le ONG e si muore per il freddo, l’aereo di Benjamin Netanyahu ha attraversato lo spazio aereo italiano senza ostacoli, con l’assenso del nostro governo. Non è un dettaglio logistico. È una scelta politica. La stessa Italia che resta fuori dall’appello umanitario apre i propri cieli al primo ministro accusato di crimini internazionali. Netanyahu non passa: viene lasciato passare.
Intanto la cronaca continua. A Jabalia al Nazla un minore è stato ucciso dalle forze israeliane. Dall’11 ottobre, secondo fonti palestinesi, i morti “durante la tregua” sono 417, i feriti 1.153. È un bilancio che racconta attrito, non pace.
La tregua assume così una forma precisa: meno bombe, più burocrazia; meno rumore, più freddo. Le candele restano accese. Le ONG vengono spente. I cieli restano aperti. 

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5 days ago
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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #115
Dal 1° gennaio 2026 Israele ha deciso che a Gaza si entra solo previa registrazione ideologica. Trentasette organizzazioni umanitarie internazionali vedranno scadere le licenze. Medici, infermieri, logisti, magazzini di farmaci e sacchi di farina finiscono sotto la stessa voce amministrativa: conformità. In mezzo a un disastro umanitario certificato da mesi, l’accesso agli aiuti viene trattato come una pratica sospetta.
I nuovi requisiti chiariscono il punto. Alle ONG viene chiesto di consegnare elenchi dettagliati del personale, di dichiarare fedeltà politica, di prendere le distanze da boicottaggi, di accettare senza attrito le narrazioni ufficiali israeliane sul 7 ottobre. Chi cura deve prima dimostrare di non disturbare. Chi testimonia deve imparare a tacere. La neutralità umanitaria viene riscritta come atto di obbedienza.
Dentro questa cornice finiscono anche Medici senza Frontiere, Oxfam, Azione contro la Fame. Le stesse organizzazioni che hanno denunciato la distruzione degli ospedali, la mancanza d’acqua, l’impossibilità di garantire cure basilari. Prima le accuse di faziosità, poi la risposta amministrativa. È una sequenza ordinata: delegittimazione, schedatura, espulsione. Nessun carro armato serve quando basta un modulo respinto.
Le reazioni internazionali oscillano tra l’indignazione verbale e la cautela diplomatica. Amnesty parla di un ulteriore passo verso l’annientamento della popolazione civile. Alcuni governi esprimono “preoccupazione”. Altri cercano scappatoie giuridiche per restare. Intanto, a Gaza, la realtà resta identica: ospedali mutilati, acqua razionata, bambini senza anestesia.
Da Tel Aviv il messaggio è lineare: tutto passa dalla sicurezza. Anche il cibo. Anche le flebo. Anche le ambulanze. La sicurezza diventa la parola che giustifica ogni vuoto.
Alla fine resta una domanda sporca, senza diplomazia: quando chi porta aiuto viene trattato come un nemico, quanto manca a dichiarare illegittima anche la vita che quell’aiuto prova a salvare?

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #114
Mar-a-Lago promette soluzioni rapide. Gaza misura soltanto procedure e macerie. Nelle ultime ventiquattro ore il racconto ufficiale è salito di tono: ultimatum, fasi, disarmo evocato come scorciatoia. Sul terreno, invece, il tempo resta amministrativo e decide chi vive e chi aspetta.
Trump minaccia “l’inferno” se Hamas non consegna le armi, Netanyahu costruisce la cornice politica della fase due. A Gaza ogni fase coincide con la precedente. A Shuja’iyya, a est di Gaza City, continuano le demolizioni di edifici residenziali. Quartieri ridotti a planimetrie, case sbriciolate come pratica ordinaria.
La morsa passa dagli uffici. Israele avvia revoche e mancati rinnovi di licenze per organizzazioni internazionali attive fra Cisgiordania e Striscia, motivando con registri e presunti legami. Il lessico è quello delle carte, l’effetto è quello dell’assedio: aiuti più fragili, corridoi più stretti, civili più esposti al ricatto del timbro.
Intanto l’inverno entra nelle tende. Pioggia e freddo aggravano la vita degli sfollati, ammassati in campi improvvisati dove la protezione è una plastica tesa. Le immagini raccontano un’emergenza che scorre parallela ai comunicati, senza mai incrociarli.
Fuori dalla Striscia, l’assedio cambia forma e resta sostanza. In Cisgiordania e a Gerusalemme gli arresti continuano a crescere, diventano statistica, includono giornalisti. Stessa logica di saturazione: controllo e normalizzazione della forza.
Altrove, in Europa, si prova a incidere sulla normalità quotidiana, persino sul turismo legato agli insediamenti. Qui si discute di fasi. Gaza resta un luogo senza fasi, dove ogni giorno ricomincia dall’inizio, fra macerie, carte e freddo.


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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #113
Eccoci di nuovo sotto la pioggia. A Gaza piove davvero: acqua fredda che entra nelle tende, scende sui muri rimasti in piedi per inerzia, trasforma la sopravvivenza in una lotta contro l’umidità. Nelle ultime ore il ministero della Salute dell’enclave ha comunicato la morte di Arkan Firas Musleh, due mesi. Ipotermia. Terzo neonato ucciso dal freddo dall’inizio dell’inverno. Non da una bomba, dal freddo. In una Striscia dove vivere all’aperto è diventata una condizione strutturale, la pioggia è una sentenza.
Mentre Gaza gela, la diplomazia posa. A Mar-a-Lago Netanyahu incontra Trump e le agenzie parlano di “seconda fase”, piani futuri, governance da definire. Parole sospese. Le stesse fonti americane ammettono il rischio di una ripresa delle operazioni militari e lo stallo sull’attuazione degli impegni. Il tempo dei vertici scorre in una dimensione parallela rispetto a quello dei civili che cercano una coperta asciutta.
Sul terreno l’occupazione continua con il suo linguaggio quotidiano. In Cisgiordania, a Masafer Yatta, un video mostra un soldato israeliano che immobilizza e trascina un anziano palestinese amputato. Non è un’eccezione, è una pratica. Il controllo passa dai documenti ai corpi.
In questo quadro circola anche una voce che va maneggiata con cautela: durante una discussione pubblica online, un analista vicino a importanti ambienti israeliani ha parlato di un’ipotesi di ricollocazione di massa dei palestinesi fuori da Gaza, citando presunte disponibilità di territori lontani, come il Somaliland. Affermazione priva, allo stato, di riscontri ufficiali. Ma il solo fatto che venga pronunciata dice molto sull’orizzonte immaginato da una parte del dibattito.
Resta il dato più semplice. Secondo le Nazioni Unite, i fragili miglioramenti sul piano alimentare rischiano di saltare e decine di migliaia di bambini potrebbero trovarsi in malnutrizione acuta nei prossimi mesi. Pioggia, freddo, fame. Gaza continua a morire anche quando smette di fare notizia. E il silenzio, come l’acqua che entra nelle tende, fa il suo lavoro.


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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #112
Oggi a Gaza è successo poco.
È successo come ieri. Come l’altro ieri. Come domani.
Le tende hanno continuato a riempirsi d’acqua, le coperte a perdere peso sotto la pioggia, i bambini a dormire con il freddo che entra dal basso. Le strade restano fango, le ambulanze rallentano, i corpi si spostano a mano. Nessun evento, nessuna svolta, nessuna notizia capace di interrompere il flusso. Gaza procede.
Nel frattempo, fuori, il mondo funziona. I voli decollano, le mappe scorrono sugli schermi, i negoziati avanzano per fasi, con parole pulite: sicurezza, governance, stabilizzazione. Si discute di linee, di confini, di responsabilità future. Sul terreno, quelle stesse linee si muovono di pochi metri alla volta, abbastanza per cambiare una strada, una casa, una via di fuga. Succede senza rumore.
Anche la verità ha trovato il suo posto. I giornalisti continuano a raccontare, quando possono. Le loro famiglie continuano a morire, quando serve. I numeri crescono, le cifre si assestano, la notizia si deposita. Diventa statistica. Non ferma nulla.
Questa è la fase più avanzata dell’assedio: quando smette di apparire straordinario. Quando la violenza entra in regime ordinario, compatibile con tutto il resto. Con il calendario, con le festività, con l’agenda internazionale. Gaza diventa uno sfondo operativo, una condizione data, un luogo dove accade ciò che accade sempre.
Oggi a Gaza è successo poco.
Ed è proprio questo che dovrebbe spaventare.
Perché quando ogni giorno è uguale, la catastrofe ha già vinto: ha trovato il modo di esistere senza disturbare più nessuno.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #111
A Gaza si continua a morire anche per sottrazione. Di sguardi, di parole, di accessi. La Knesset ha deciso di prorogare fino al 2027 la legge che consente la chiusura delle redazioni straniere, a partire da Al Jazeera. Ufficialmente è una misura di sicurezza. Nei fatti è una dichiarazione: questa guerra deve restare senza testimoni. Mustafa Barghouti lo ha detto senza giri di parole: paura del racconto, paura che la narrazione dei crimini e della sofferenza palestinese circoli fuori dal perimetro controllato.
La stretta sull’informazione ha una geografia precisa. A Gerusalemme Est giornalisti sono stati colpiti con i lacrimogeni mentre documentavano le operazioni delle forze israeliane. A Qalandiya e Kafr Aqab, a nord della città, sono proseguite demolizioni, arresti, confische di veicoli. Scene note, ripetute, sempre meno raccontate. Anche qui, prima ancora delle ruspe, passa la censura.
Dentro la Striscia la cronaca delle ultime ore è fatta di colpi che arrivano mentre il mondo discute di “fasi”. Bombardamenti a est di Gaza City e nel governatorato di Rafah. A Tuffah, un attacco ha colpito una scuola usata come rifugio durante un matrimonio: sei morti, secondo le autorità locali, molti dei quali bambini. Un edificio pensato per proteggere, trasformato in bersaglio. Una festa diventata funerale. Numeri che restano tali solo se nessuno li guarda troppo a lungo.
Hamas accusa Israele di impedire il passaggio alla seconda fase dell’intesa, Ankara parla di attacchi che rendono impraticabile qualsiasi avanzamento e di aiuti ancora insufficienti. La tregua continua a esistere come parola, non come condizione. Intanto il ministro della Difesa israeliano rivendica una presenza militare prolungata a Gaza, mentre sul fronte giuridico il Belgio deposita il suo intervento alla Corte internazionale di giustizia nel procedimento avviato dal Sudafrica.
È tutto qui il punto della giornata: mentre i tribunali iniziano a scrivere e i governi votano per chiudere microfoni, sul terreno la guerra prosegue identica a se stessa. A Gaza non manca solo il cessate il fuoco. Manca l’aria, e manca chi possa raccontare che manca.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #110
A Qabatiya, in Cisgiordania, un ragazzo di sedici anni viene ucciso durante un raid. L’esercito israeliano parla di un gesto minaccioso. Un video di sorveglianza racconta altro: Rayyan Mohammad Abu Mualla cammina, poi cade. Le immagini smentiscono la versione ufficiale. Succede spesso che la verità emerga per incidente, quando una telecamera resta accesa. Succede meno spesso a Gaza, dove lo sguardo viene sistematicamente respinto.
Mentre un filmato incrina una dichiarazione, Gaza continua a vivere senza immagini sufficienti. La parola “tregua” circola nelle capitali, ma sul terreno resta una formula astratta. I negoziati promettono una seconda fase a inizio 2026, dicono i mediatori. È un calendario diplomatico. Intanto il tempo reale è quello dei raid che proseguono, dei corpi che non tornano, delle famiglie che aspettano.
La tregua raccontata fuori è una pausa amministrativa. Dentro, Gaza è un luogo dove la scuola è sparita per centinaia di migliaia di bambini, al terzo anno senza istruzione formale. Dove le chiese diventano rifugi e il Natale si celebra sotto protezione armata, con la consapevolezza che basta poco perché la protezione svanisca. La normalità ridotta a eccezione.
Ogni volta che un video smonta una versione ufficiale, il problema si sposta altrove: quante storie restano invisibili perché non c’è una telecamera, perché l’accesso è negato, perché il racconto arriva filtrato? L’assedio funziona anche così: comprimendo lo sguardo, rallentando la verifica, rendendo ogni morte una cifra.
La politica internazionale continua a parlare di fasi, di tavoli, di date future. Gaza resta inchiodata al presente. Un presente fatto di fame, macerie e silenzio. Quando la tregua diventa una parola che non ferma i fatti, resta solo la cronaca dei dettagli che sfuggono. E ogni dettaglio, quando emerge, pesa come un atto d’accusa.


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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #109
A Gerusalemme Est la polvere arriva prima delle parole. A Silwan un edificio residenziale viene abbattuto, decine di persone costrette a lasciare casa, ruspe e agenti a fare da cornice. È una scena che sembra periferica rispetto a Gaza e invece la spiega. L’assedio esce dalla Striscia e diventa metodo: demolire, spostare, registrare, revocare. Tutto con moduli, ordinanze, comunicati.
Nelle stesse ore, a Gaza, l’emergenza umanitaria viene ricondotta a una questione amministrativa. Medici Senza Frontiere avverte che le nuove regole di registrazione imposte da Israele mettono a rischio la presenza delle ONG dal primo gennaio. Senza licenza, senza accesso. Senza accesso, senza cure. Sembra un dettaglio tecnico, produce amputazioni, infezioni, reparti chiusi. Intanto le agenzie ONU rilanciano un dato che pesa come una sentenza: oltre centomila bambini rischiano la malnutrizione acuta nei prossimi mesi. La fame come effetto collaterale di una firma.
Il controllo passa anche dai corpi. Dal carcere di Damon arrivano denunce sulle detenute palestinesi: perquisizioni violente, umiliazioni, rimozione forzata dell’hijab. La disciplina si fa gesto fisico, esposizione pubblica, punizione simbolica. Casa e corpo, la stessa grammatica. A Silwan si rade al suolo un edificio, a Damon si spezza una persona. Cambia il luogo, resta il dispositivo.
Sul fondo, la regione trattiene il respiro. Israele informa Washington di possibili mosse iraniane mascherate da esercitazioni militari. La tensione sale, i vertici parlano di deterrenza, di scenari. È il rumore geopolitico che copre tutto il resto e rende normale l’anomalia: mentre si invocano equilibri regionali, l’assedio quotidiano procede senza ostacoli.
Si continua a discutere di fasi, di tregue, di calendari. Sulla carta. Sul terreno avanza un’altra fase, già operativa: demolizioni, permessi revocati, aiuti condizionati, carceri come laboratori di controllo. Oggi la notizia sta qui. La tregua resta una bozza, l’assedio resta un sistema. E la polvere di Silwan arriva prima delle spiegazioni.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #108
Mentre la parola “tregua” continua a circolare nei palazzi, il terreno racconta altro. Il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato diciannove nuovi insediamenti in Cisgiordania. Negli ultimi tre anni quelli autorizzati diventano sessantanove. Smotrich parla di mappa, di irreversibilità, di futuro già deciso. È una scelta di potere: occupare mentre si discute di stabilizzazione.
A Gaza, intanto, l’assedio resta una pratica quotidiana. A Shujaiyya un drone colpisce un gruppo di civili: tre morti, feriti che arrivano in ospedale portati a mano. A Tufah altre persone colpite. A Sheikh Radwan una casa crolla di notte, tre donne uccise, due dispersi. Le agenzie scrivono “precedentemente bombardata”: il tempo lungo delle macerie che uccidono dopo, quando le telecamere si spostano.
La sanità scivola verso il punto di rottura. L’ONU avverte che entro aprile oltre centomila bambini e trentasettemila donne incinte o che allattano rischiano la malnutrizione acuta. “Progressi fragili”, li chiamano. Fragili come un corridoio umanitario che apre e chiude, come le forniture che finiscono, come le sale operatorie che sospendono gli interventi per mancanza di materiali.
Anche il racconto resta sotto assedio. La Corte suprema israeliana chiede al governo di spiegare perché l’accesso dei media internazionali a Gaza resta vietato. C’è una scadenza, il 4 gennaio. È una domanda semplice: chi può vedere, chi può testimoniare, chi può contare i morti.
In Europa qualcosa si muove ai margini. La Slovenia dichiara Benjamin Netanyahu persona non gradita e gli chiude l’ingresso. Un gesto raro, isolato, che parla di diritto internazionale mentre altri governi preferiscono il silenzio operativo.
La diplomazia continua a parlare di cornici. Sul terreno, invece, avanzano le colonie, volano i droni, crollano le case, si svuotano i magazzini. Chiamarla tregua serve a chi guarda da lontano. Qui resta un assedio che produce fatti, ogni giorno.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #107
Oggi Gaza entra nelle notizie in punta di piedi. Una riga, un aggiornamento, un dato incastrato fra altro. Nessun titolo grande. Nessuna parola nuova. È il segno più chiaro di ciò che è diventata: un luogo dove l’orrore ha smesso di sorprendere.
Nelle ultime ventiquattr’ore arrivano notizie che un tempo avrebbero imposto silenzio. Pazienti che attendono evacuazioni che restano sulla carta. Ospedali che continuano a funzionare per inerzia, finché regge il carburante rimasto. Valichi che rallentano, poi si fermano, poi forse riaprono. Tutto raccontato con il tono dell’aggiornamento tecnico, come se fosse manutenzione ordinaria. Gaza scorre così, come un bollettino amministrativo.
La trasformazione è compiuta quando la tragedia diventa sfondo. Le cifre smettono di essere scandalo e diventano contesto. Le parole si accorciano, si asciugano, perdono attrito morale. Si parla di “fasi”, di “meccanismi”, di “attese”. La fame resta fame, il dolore resta dolore, ma il linguaggio lo addomestica. L’assedio continua, però entra nel lessico della normalità.
Questa assuefazione riguarda chi decide, chi racconta, chi legge. Riguarda tutti. Quando ogni giorno somiglia al precedente, il presente perde urgenza. Gaza viene percepita come una crisi stabile, una sofferenza gestibile, un problema cronico. In questo spazio anestetizzato l’eccezione scompare. Restano vite sospese, senza scatto, senza svolta, senza rottura.
Oggi, a Gaza, accade esattamente questo: nulla interrompe il flusso. Ed è proprio questa continuità a fare più paura. Perché un orrore che scorre senza più fare rumore diventa parte dell’arredo del mondo. E quando succede, guardare smette di bastare.


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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #106
A Gaza l’assedio oggi passa dal freddo. A Khan Yunis un neonato di un mese è morto nella notte, nelle tende di Al-Mawasi sferzate dal vento e dalla pioggia. Le autorità sanitarie locali parlano di tredici morti legati all’ondata di maltempo e alla mancanza di ripari adeguati. La linea del fronte si è spostata nella sopravvivenza elementare: scaldarsi, asciugarsi, restare vivi.
Il cessate il fuoco continua a reggere come dispositivo di controllo. Sulla carta. Sul terreno si stringe il rubinetto degli aiuti. Israele ha respinto la registrazione a quattordici organizzazioni non governative, imponendo una scadenza operativa che equivale a un ritiro forzato. L’effetto pratico è misurabile: l’accordo del 10 ottobre parlava di 600 camion al giorno; Ong e Nazioni Unite contano flussi reali che oscillano tra 100 e 300, con una quota rilevante di beni commerciali. La fame e il freddo hanno una grammatica amministrativa.
Intanto il lessico bellico lava le mani. Un colpo “mancato” finisce tra i civili, feriti inclusi; parte un’indagine interna. Errore, deviazione, accertamenti. La “linea gialla” che separa e autorizza resta una linea mobile: chi passa, chi resta, chi paga l’errore.
Sul lato israeliano, il potere prova a governare anche la memoria. Benjamin Netanyahu tenta di mettere mano all’inchiesta sul 7 ottobre; le famiglie delle vittime e l’opposizione parlano di conflitto di interessi e di un insulto alla verità. È la stessa architettura che si vede a sud: controllo delle procedure, gestione delle responsabilità, dilazione delle risposte.
Le Nazioni Unite e oltre duecento organizzazioni avvertono che, tra deregistrazioni e scadenze fissate, le operazioni umanitarie rischiano il collasso. La seconda fase dei negoziati resta ostaggio di una prima fase che seleziona chi può stare, chi può curare, chi può distribuire, chi può scaldarsi.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #105
freddo a Gaza è diventato una linea del fronte. Mohammed Khalil Abu al-Khair aveva due settimane. È morto di ipotermia dopo giorni di pioggia e vento, in una tenda che non proteggeva più. I medici parlano di altri casi simili, di bambini che arrivano negli ospedali con il corpo già freddo. Le forniture per i ripari entrano a singhiozzo, il maltempo fa il resto. L’assedio passa anche dalla temperatura.
Mentre Gaza congela, il mondo si chiude. L’amministrazione Trump ha annunciato un’estensione del travel ban che colpisce anche i palestinesi titolari di documenti dell’Autorità nazionale. Dal primo gennaio, visti e ingressi diventano un privilegio revocabile. Viene chiamato “piano di pace”. È, più semplicemente, una frontiera spostata più avanti, lontano dalla Striscia, per impedire qualsiasi uscita, qualsiasi futuro.
La stessa logica attraversa la Cisgiordania. Sei parlamentari canadesi sono stati respinti al valico, accusati di rappresentare un rischio per la “sicurezza”. Deputati eletti, fermati perché osservare, visitare, testimoniare viene trattato come una minaccia. La parola sicurezza continua a funzionare come un interruttore: spegne diritti, cancella diplomazia, normalizza l’isolamento.
Dentro questo quadro, la Corte penale internazionale smette di essere una notizia e diventa un attrito. Il rigetto del ricorso israeliano non ha fermato la guerra, ma ha incrinato la strategia di congelare il diritto. Il procedimento resta aperto, il tempo giudiziario continua a scorrere mentre quello politico prova a serrarsi. È un dettaglio che pesa più delle dichiarazioni: qualcosa, fuori dal controllo militare, non si è fermato.
Intanto a Gaza si annunciano nuove operazioni, demolizioni mirate, tunnel evocati come giustificazione permanente. Hamas parla di negoziati indiretti, di fasi future. Parole che galleggiano sopra le tende bagnate, sopra i neonati avvolti in coperte sottili. I piani hanno sempre nomi ambiziosi. Il freddo, invece, arriva senza annunci. E uccide.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #104
La pioggia arriva quando le bombe rallentano. A ovest di Gaza City le tende degli sfollati si allagano, diventano pozzanghere abitate. All’ospedale Al Shifa l’acqua filtra nei corridoi dell’accoglienza e del pronto soccorso, già ridotti al minimo dopo mesi di assedio. Il cessate il fuoco promette sollievo, il meteo lo smentisce. La guerra continua anche così: freddo, fango, infezioni.
Le agenzie raccontano famiglie che scavano canali con le mani, bambini avvolti nella plastica perché le coperte non bastano. I convogli entrano a intermittenza: il novantaquattresimo dall’Egitto passa da Rafah, viene ispezionato a Kerem Abu Salem e poi avanza. Le tende arrivano, ma costano cifre proibitive. L’emergenza diventa mercato, il mercato seleziona chi può restare asciutto.
La tregua resta fragile anche sul piano politico. Da Washington filtra irritazione verso Netanyahu per un raid nel fine settimana, l’uccisione di Raed Saad pesa come una violazione dell’accordo mediato dagli Stati Uniti mentre si discute la fase successiva. A Doha venticinque Paesi parlano di una forza internazionale di stabilizzazione, catene di comando, risoluzioni ONU. Sopra le teste dei civili si disegnano mappe.
Sul piano giuridico, intanto, la Corte penale internazionale respinge il ricorso israeliano che chiedeva di bloccare l’indagine sui crimini commessi a Gaza. La giurisdizione resta confermata, il percorso giudiziario resta aperto. È una decisione che non ferma la pioggia, ma tiene accesa la questione delle responsabilità.
In questo clima si inserisce anche l’annuncio della Hind Rajab Foundation, che deposita in Italia una denuncia contro un soldato israeliano, invocando le Convenzioni di Ginevra e lo Statuto di Roma. È un segnale, ancora da verificare nei suoi passaggi formali, di una giustizia cercata altrove mentre la politica prende tempo.
A Gaza l’acqua sale. Nei palazzi si discute il futuro, sotto le tende si prova a sopravvivere al presente.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #103
A Gaza le squadre della protezione civile scavano tra le macerie delle case colpite, recuperano i resti di famiglie sepolte sotto muri che avevano ancora un indirizzo. La casa degli Abu Ramadan, che ospitava decine di persone, è diventata un cumulo di cemento e silenzio. È il lessico della fine che convive con l’annuncio della pausa.
Intanto la mappa si allarga. A nord-est di Qalqilya, a Jayyous, bulldozer e mezzi militari abbattono serre e strutture agricole. Plastica strappata, colture schiacciate, un’economia domestica cancellata in poche ore. La Cisgiordania entra nel racconto come un fronte parallelo, dove la guerra prende la forma dell’amministrazione della terra e della punizione collettiva.
A Gaza si discute di “fasi”, di condizioni, di disarmo e di garanzie. Le parti si accusano a vicenda di violazioni, si contano i morti, si annunciano funerali e nuove nomine militari. La tregua diventa un campo di battaglia semantico: dichiarata, contestata, sospesa. Nel frattempo Rafah resta strozzata, i valichi diventano argomento di scontro diplomatico, la vita quotidiana rimane appesa a decisioni prese altrove.
Sul tavolo internazionale scorrono cifre che fanno tremare: quartieri distrutti, infrastrutture annientate, decine di miliardi stimati per una ricostruzione che ancora non ha un perimetro politico. Mentre si scavano le macerie, altrove si preparano dossier, proposte, appetiti. La guerra produce rovine e, insieme, opportunità.
Dall’Italia arrivano appelli alla de-escalation, rivendicazioni di aiuti, corridoi umanitari, disponibilità dentro cornici multilaterali. Parole necessarie, che però faticano a tenere il passo con le immagini di oggi. Perché la tregua, quando esiste davvero, smette di essere un annuncio e diventa una pratica. Qui, per ora, restano le pale, i bulldozer e la polvere.


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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #102
La tregua entra nella sua zona più fragile. Benjamin Netanyahu annuncia che la fine della “prima fase” è vicina e ribadisce che sarà Israele a decidere tempi e modalità delle mosse successive. È un messaggio politico prima che militare: l’accordo regge, il controllo resta unilaterale.
Sul terreno, la tregua vive delle sue eccezioni. L’esercito israeliano uccide un miliziano nel nord della Striscia dopo il superamento della “linea gialla”, parlando di minaccia immediata. Un confine operativo che continua a produrre morti mentre il cessate il fuoco resta formalmente in piedi.
Hamas conferma l’uccisione di Raed Saad, indicato da Israele come figura centrale nella produzione di armi e nella pianificazione del 7 ottobre. L’attacco, lungo la strada costiera Rashid, viene raccontato come mirato; i media palestinesi parlano di altre vittime. La leadership militare viene colpita mentre si discute il passaggio alla fase due.
Fuori da Gaza, uno stanco Abu Mazen prova a rimettere paletti sempre più deboli: no alla divisione della Striscia, no a nuovi confini interni, ricostruzione sotto sovranità palestinese. È la partita che si apre dietro la tregua, ma senza forza politica reale.
In Cisgiordania la pressione resta costante: incursioni e arresti, anche a Hebron, ricordano che la tregua è geografica solo sulla carta.
Poi c’è Sydney. L’attentato è antisemitismo. Persone colpite per ciò che sono, durante una celebrazione religiosa. Su questo non esistono ambiguità. Ma subito dopo Netanyahu accusa il governo australiano di aver “incoraggiato” l’antisemitismo, attribuendo una responsabilità politica diretta all’esecutivo. Trasformare un crimine d’odio in un’arma narrativa è una scelta.
La stessa operazione si ripete anche in Italia, dove c’è chi mescola chi chiede giustizia per Gaza con i terroristi di Sydney. Una confusione deliberata, utile a delegittimare le piazze.
Resta un fatto che disturba la propaganda: l’uomo che ha disarmato il terrorista a Sydney è un immigrato musulmano. I fatti, messi in fila, continuano a smentire lo scontro di identità.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #101
La pioggia è arrivata quando tutto era già rotto. A Gaza la tempesta Byron ha trasformato tende e macerie in trappole. Case sventrate dai bombardamenti sono crollate sotto l’acqua, gli accampamenti degli sfollati si sono allagati, il freddo ha fatto il resto. Nelle ultime ventiquattr’ore, secondo le autorità locali citate dalle agenzie, almeno dieci persone sono morte per le conseguenze dirette del maltempo. L’Organizzazione mondiale della sanità segnala decessi di neonati e bambini piccoli per ipotermia. La guerra continua anche quando smette di sparare.
Mentre l’acqua invade le tende, l’esercito israeliano rivendica un’operazione “mirata” a Gaza City. Un drone colpisce un veicolo all’incrocio di Nabulsi. L’obiettivo, secondo le Idf, è Raad Saad, indicato come figura chiave nella ricostruzione e fabbricazione di armi per Hamas. Le agenzie parlano di vittime sul posto. È la simultaneità che conta: il raid e la pioggia, il comunicato militare e il fango che inghiotte tutto, nello stesso giorno.
Il sistema sanitario resta il contatore più spietato del collasso. L’Oms conferma che solo 18 ospedali su 36 risultano parzialmente funzionanti. I centri di assistenza primaria operano al 43 per cento. Mancano farmaci, reagenti, materiali di base, spesso bloccati perché classificati “a duplice uso”. Quando piove e crolla una casa, la domanda diventa immediata: dove si va con i feriti, dove si muore di freddo.
Sul tavolo internazionale, intanto, si disegna un futuro astratto. Le Nazioni Unite lavorano a una forza di stabilizzazione che potrebbe arrivare già dal prossimo mese. Secondo le anticipazioni, non combatterà Hamas. A Doha si tengono consultazioni con Stati Uniti e decine di Paesi per definire numeri, comando, regole d’ingaggio. Documenti, riunioni, promesse.
A Gaza, oggi, la distanza tra le parole e il terreno si misura in tende allagate, bambini infreddoliti e ospedali a metà. La tempesta non aspetta i mandati Onu.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #100
Il crollo avviene all’alba, nella parte orientale della Striscia. Un edificio già lesionato cede sotto la pioggia battente. Il fronte di cemento si accartoccia, schiaccia le tende sistemate ai piedi, inghiotte chi ci dormiva dentro perché altrove non c’era spazio. Le immagini mostrano persone che scavano con le mani nel fango, senza mezzi, senza tempo. Nelle ultime ore le agenzie contano almeno undici morti legati al maltempo: tra loro bambini e un neonato, uccisi dal cedimento di strutture fragili e dal freddo.
Non è cronaca meteo. È la fotografia di una vulnerabilità costruita. Gli edifici colpiti nei mesi scorsi vengono riabitati perché l’alternativa è il nulla; le tende sorgono accanto a muri instabili perché non esistono zone sicure. La pioggia entra nelle crepe già aperte dalla guerra e completa il lavoro. Le Nazioni Unite segnalano che teloni, coperte termiche e tende non reggono alle inondazioni; materiali più solidi restano bloccati o arrivano a intermittenza. Il risultato è visibile: famiglie che cercano di proteggere i figli con ciò che trovano, mentre l’acqua sale.
Intanto i valichi seguono il calendario. Chiusure “ordinarie”, camion in attesa, aiuti che si fermano davanti ai cancelli. Il giorno prima ne sono passati alcuni, il giorno dopo forse altri. Nel mezzo ci sono feriti, malati, sfollati che aspettano autorizzazioni. La pioggia cade senza permessi, i soccorsi no. Ogni ritardo pesa come una scelta.
Sul piano politico, nelle stesse ore rimbalza l’ultimatum sul futuro della Striscia: o una forza internazionale entra sul terreno, oppure l’esercito israeliano resta. È una frase che arriva mentre si contano crolli e ipotermie. Il “dopo” diventa leva negoziale, il presente resta scoperto.
Anche in Israele la stessa tempesta provoca vittime e soccorsi. Stessa pioggia, esiti diversi. La differenza sta nelle infrastrutture, nella protezione, nella continuità dei servizi.
Diario di bordo numero cento. La tregua regge nei comunicati. I muri no. E quando crollano, il fango rende tutto più chiaro.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #99
«Il genocidio continua». Amnesty International rompe gli indugi e consegna al presente una parola che in questi mesi è stata contesa, negata, sminuita. Mentre l’organizzazione pubblica il nuovo dossier, a Khan Younis il freddo si prende la vita di Rahaf Abu Jazar, nove mesi, morta nella tenda che avrebbe dovuto proteggerla dall’inverno. La scena del padre che la stringe in braccio diventa il contrappunto più feroce all’idea che esista ancora un margine di normalità.
La tempesta Byron ha allagato i campi, il vento ha strappato i teli, l’acqua si è mescolata al fango. L’UNRWA parla di sofferenze «senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale» e definisce Gaza «inadatta alla vita». Nelle stesse ore il ministero della Salute aggiorna il conteggio: 70.369 morti. La statistica sale e il lessico umanitario si assottiglia mentre gli ospedali improvvisati contano i casi di ipotermia tra bambini e anziani.
Gli aiuti non seguono la curva dell’emergenza. I camion restano sotto le promesse dell’accordo, Kerem Shalom apre a singhiozzo, le banche riaccendono le luci con poco contante, abbastanza per un’illusione di routine. La distanza tra le dichiarazioni di intento e la realtà del terreno si misura nella cronaca di una bambina che muore per il gelo dentro una tenda.
Dall’alto del teatro diplomatico, Trump convoca per il 2026 il suo Board of Peace e prepara l’incontro con Netanyahu. È un calendario remoto che scorre mentre l’inverno avanza e avvolge gli sfollati. Se Amnesty dice che il genocidio continua, le morti del freddo non sono effetti collaterali. Sono un’altra forma dell’assedio.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
Occhi su Gaza, diario di bordo #98
La pioggia è entrata prima del mattino, scavando solchi di fango tra le tende e trasformando i campi degli sfollati in vasche d’acqua sporca. A Gaza City le immagini rimbalzano ovunque: l’acqua sale fin dentro i rifugi, le famiglie provano a sollevare materassi ormai fradici, i bambini camminano scalzi in una miscela di pioggia e liquami. La tempesta che ieri era allerta oggi è realtà.
La Protezione civile avverte che le prossime ore sono «pericolose»: le tende rischiano di cedere, il vento strappa le coperture, l’acqua si accumula dove le fogne non esistono più. spiegano che il municipio non ha mezzi per intervenire: le pompe non funzionano, le reti sono distrutte, resta solo il tentativo disperato di deviare l’acqua con attrezzature private, vecchie, insufficienti.
I numeri delle Nazioni Unite danno la misura del disastro. Oltre ottocentomila sfollati vivono in 761 siti classificati ad alto rischio di alluvione; in 219 campi l’acqua ha già travolto tutto, mettendo in pericolo più di centomila persone. Qui la meteorologia diventa materia politica: dove non c’è più infrastruttura, la pioggia si comporta come un assedio.
La tempesta ha chiuso quattro centri per l’infanzia su otto e gli altri non sono raggiungibili. Save the Children denuncia che non entrano neanche pali, legname e strumenti per rinforzare le tende: materiali considerati “a duplice uso”. Così i più piccoli dormono su coperte bagnate mentre le restrizioni continuano a dettare la forma della loro sopravvivenza.
Intanto la tregua resta un confine immaginario. Hamas segnala altri due morti nelle ultime ventiquattr’ore; dall’inizio del cessate il fuoco il conto è salito a 379. Meshaal dice che Gaza deve «guarire», ma oggi la città è un mosaico d’acqua sporca che trascina via ciò che resta. Guarire, qui, è un verbo sospeso sopra un terreno che non smette di sprofondare.

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La Sveglia di Giulio Cavalli
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