È un brano di alta teologia quello che, ancora una volta, leggiamo in questa domenica. L’espressione di San Giovanni: «Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi», insieme a quelle successive sulla luce e sulle tenebre, sul rifiuto e sull’accoglienza, traccia tutta la storia della redenzione del Figlio di Dio: la sua apparizione nel mondo come Luce dell’umanità, l’orrendo peccato dell’uomo e la deificazione di coloro che invece l’hanno accolto nella fede e nella vita. Inizia con l’enigmatica espressione «In principio» per ricordarci che il nostro essere, e non solo la nostra storia, è indissolubilmente legato all’Autore della vita. Pare quasi che l’evangelista voglia ricondurci alle origini, per ricordarci l’atto creativo di Dio, le nostre origini nell’amore e la continuità nel tempo di quell’amore, che raggiunge il suo culmine proprio con l’incarnazione del Verbo. Sarebbe triste ed imperdonabile per noi se il passare dei giorni ci distogliesse dal pensiero e dal profondo significato del Natale. È troppo coinvolgente quella storia per poterla dimenticare o legarla solo a un breve e fugace periodo. Ciò anche perché non è finita, purtroppo, la lotta tra le tenebre del male e la Luce che Cristo ci vuole donare. «Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto»: meritiamo ancora questo rimprovero in tempi in cui le tenebre assumono il lùgubre significato di lotte e di guerre distruttrici? O ci siamo assuefatti e rassegnati al nostro buio? Potrebbe accadere che Dio si sia umiliato nella carne e noi rifiutiamo di immergerci nella divinità: sarebbe il massimo della stoltezza. Già un profeta, rivolgendosi a Gerusalemme, città simbolo della futura Chiesa, ripeteva: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni». Isaia pare descrivere il nostro tempo e i nostri giorni…
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