"Sarei felice se non fossi in un ufficio di merda", questo è il mantra che recito quando torno a casa dopo una giornata trascorsa nell'ufficio tossico dove lavoro.
Perché il problema è, certo, il padrone, il sistema, ma non solo, spesso il problema è semplicemente chi ti siede accanto alla scrivania: colleghi e colleghe che pensano che la felicità sia reale solo se tu sei più infelice di loro.
Di quella sorta di fattoria degli animali che è l’ufficio di merda, racconterò puntata dopo puntata la specie dei "Piegati", impiegati cioè che hanno scelto di non alzare mai la testa e proprio per questo vengono premiati.
La Testa-di, la Capa, lo Zelante e tanti altri, soggetti archetipici che potrebbero a uno sguardo distratto apparire come caricature ma che caricature in realtà non sono, perché non c’è nulla di accentuato nel loro ritratto; ne descriverò le gesta, le situazioni, in una sorta di - per dirla in maniera un po’ altisonante - “Fenomenologia dell’ufficio di merda”.
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"Sarei felice se non fossi in un ufficio di merda", questo è il mantra che recito quando torno a casa dopo una giornata trascorsa nell'ufficio tossico dove lavoro.
Perché il problema è, certo, il padrone, il sistema, ma non solo, spesso il problema è semplicemente chi ti siede accanto alla scrivania: colleghi e colleghe che pensano che la felicità sia reale solo se tu sei più infelice di loro.
Di quella sorta di fattoria degli animali che è l’ufficio di merda, racconterò puntata dopo puntata la specie dei "Piegati", impiegati cioè che hanno scelto di non alzare mai la testa e proprio per questo vengono premiati.
La Testa-di, la Capa, lo Zelante e tanti altri, soggetti archetipici che potrebbero a uno sguardo distratto apparire come caricature ma che caricature in realtà non sono, perché non c’è nulla di accentuato nel loro ritratto; ne descriverò le gesta, le situazioni, in una sorta di - per dirla in maniera un po’ altisonante - “Fenomenologia dell’ufficio di merda”.
Viviamo in un mondo in cui le parole contano più dei fatti: conta dire di essere un’azienda sostenibile, non importa se non lo sei; puoi dire che sei un’azienda inclusiva, anche se non lo sei. E poi puoi far lavorare i tuoi dipendenti in un open space, tutti insieme appassionatamente - direttori, capi, capetti, sottoposti - per dire che siamo tutti uguali, anche se non lo siamo.
In quella sorta di fattoria degli animali che è l’open space dell’ufficio di merda, convivono più specie ma di certo la più numerosa è quella dei piegati: impiegati, cioè, che hanno scelto di non alzare mai la testa, che non sanno di preciso cosa sia la dignità, e proprio per questo vengono premiati e si riproducono.
C'è chi lavora in un ufficio e chi lavora in un ufficio di merda. La differenza è semplice: nell'ufficio di merda chi ti siede accanto alla scrivania pensa che la felicità sia reale solo se tu sei più infelice di loro.
Io sono Marino Landi, detto EMMELAND; e questo podcast è "L'Ufficio di merda".
"Sarei felice se non fossi in un ufficio di merda", questo è il mantra che recito quando torno a casa dopo una giornata trascorsa nell'ufficio tossico dove lavoro.
Perché il problema è, certo, il padrone, il sistema, ma non solo, spesso il problema è semplicemente chi ti siede accanto alla scrivania: colleghi e colleghe che pensano che la felicità sia reale solo se tu sei più infelice di loro.
Di quella sorta di fattoria degli animali che è l’ufficio di merda, racconterò puntata dopo puntata la specie dei "Piegati", impiegati cioè che hanno scelto di non alzare mai la testa e proprio per questo vengono premiati.
La Testa-di, la Capa, lo Zelante e tanti altri, soggetti archetipici che potrebbero a uno sguardo distratto apparire come caricature ma che caricature in realtà non sono, perché non c’è nulla di accentuato nel loro ritratto; ne descriverò le gesta, le situazioni, in una sorta di - per dirla in maniera un po’ altisonante - “Fenomenologia dell’ufficio di merda”.