Una maglietta a 4 euro, un vestito a 9: basta un clic e l’ordine da SHEIN arriva a casa in pochi giorni.Ma cosa c’è davvero dentro quei capi che sembrano così innocenti?
Un nuovo rapporto di Greenpeace – diffuso dal Corriere del Ticino – rivela dati allarmanti: in alcuni vestiti di SHEIN sono state trovate sostanze chimiche tossiche fino a 71 volte oltre i limiti consentiti.Un campanello d’allarme che apre una riflessione più ampia sulla fast fashion, sulla salute e sulle nostre scelte quotidiane.
Perché le persone continuano a comprare da SHEIN?Non per superficialità, ma spesso per necessità: prezzi bassissimi, un senso di gratificazione immediata, la possibilità di permettersi “qualcosa di nuovo” anche con un budget ridotto.
In questo episodio analizziamo:
Non si tratta di giudicare, ma di comprendere.Perché ogni capo ha un costo nascosto — e raramente è quello indicato sull’etichetta.
Un episodio che invita a guardare oltre lo schermo, oltre l’offerta irresistibile, oltre il prezzo.Perché ciò che indossiamo parla di noi, del mondo in cui viviamo… e delle scelte che possiamo iniziare a fare, anche un passo alla volta.
La pasta di Gragnano non è solo un alimento: è il risultato di una tradizione che unisce natura, storia e sapere artigianale.
In questo episodio scopriamo perché proprio Gragnano, tra il mare di Sorrento e i Monti Lattari, è diventata la “città della pasta”: aria umida, acqua purissima e un clima perfetto hanno creato le condizioni ideali per un prodotto unico.
Parleremo della famosa trafilatura al bronzo, dell’essiccazione lenta e del valore del marchio IGP, che protegge metodi e qualità tramandati da secoli.
Un viaggio breve ma intenso nel cuore di una tradizione italiana che continua ogni giorno, in ogni piatto.
Un voto storico in Germania reintroduce l’obbligo della visita militare per tutti i diciottenni, segnando un cambiamento che supera i confini nazionali. In un mondo attraversato da tensioni e nuove fragilità, questa decisione diventa il simbolo di un tempo che cambia e di una società che si interroga sulla propria sicurezza, sul ruolo dei giovani e sulla fragilità della pace. Un’analisi intensa, riflessiva e profondamente umana su ciò che questo voto racconta del nostro presente e del futuro che stiamo costruendo.
Questo podcast racconta una storia vera che scuote, commuove e interroga nel profondo.
È la storia di un uomo che, nel cuore della violenza più estrema, ha scelto di non tradire mai la propria coscienza.
Desmond Doss era Cristiano Avventista del settimo giorno.
La sua fede non era un dettaglio, ma il centro di ogni sua scelta.
Cresciuto nel rispetto profondo del comandamento “Non uccidere”, quando scoppia la Seconda guerra mondiale decide di arruolarsi senza mai impugnare un’arma. Non per vigliaccheria. Non per ribellione.
Ma per fedeltà a Dio.
Deriso, isolato, umiliato dai commilitoni, Desmond resiste. Chiede una sola cosa: poter salvare vite, senza toglierne nessuna. Diventa medico militare e viene mandato a Okinawa, su una scarpata che i soldati chiamano Hacksaw Ridge.
Un inferno di fango, fuoco e morte.
Durante uno degli scontri più feroci, mentre il battaglione si ritira, Desmond resta solo. Senza armi. Sotto il fuoco nemico. Uno a uno, trascina i feriti, li cura come può, e li cala giù dalla scarpata con una corda.
Ogni volta ripete la stessa preghiera semplice e disperata:“Signore, fammene salvare ancora uno.”
Ne salva 75.
Questo episodio non racconta un eroe invincibile, ma un uomo fragile, credente, coerente fino in fondo. Un uomo che ha dimostrato che il vero coraggio non è sempre sparare, ma restare fedeli a ciò in cui si crede, anche quando il mondo ti chiede di rinnegarti.
La sua storia è stata raccontata anche nel film Hacksaw Ridge – La battaglia di Hacksaw Ridge, diretto da Mel Gibson, con Andrew Garfield nel ruolo di Desmond: un ritratto intenso, duro, senza sconti, che pone una domanda essenziale: si può restare umani anche nella guerra?
Questo podcast non parla solo di guerra. Parla di scelte. Di fede vissuta fino alle estreme conseguenze. Di un coraggio silenzioso che non fa rumore, ma salva.
Un ascolto profondo, rispettoso, necessario.
Una storia che resta dentro.
Alcune persone non creano oggetti.
Creano spazi interiori.
Emilia lavora con il filo, ma in realtà lavora con ciò che non si vede.
Con la memoria.
Con il passaggio.
Con quel punto fragile in cui ciò che siamo stati incontra ciò che stiamo diventando.
Partita da Gragnano, ha portato con sé il profumo del Sud e un gesto antico, arrivando in Ticino come si arriva in silenzio: con nostalgia, coraggio e una fiducia sottile.
Tra le sue mani, l’uncinetto non è tecnica.
È ascolto.
È ritorno.
È lingua madre.
Le sue creazioni non chiedono di essere capite.
Chiedono di essere sentite.
Attraversano confini, arrivano lontano, ma nascono sempre nello stesso luogo:
quello dove il tempo rallenta e l’anima prende forma.
Questo episodio non è un’intervista.
È un incontro lento.
Un filo teso tra due voci.
Un invito a entrare, per un momento, nel luogo segreto dove nascono i sogni.
Per chi crede che creare sia un atto di presenza.
E che a volte, per dire tutto, basti un punto.
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Hawkins è ancora in piedi.
Il cielo è tornato normale.
Il Sottosopra è silenzioso.
Ma la fine del rumore non coincide con la fine del dolore.
L’Ultimo Giorno di Hawkins è un epilogo intimo, sospeso, profondamente umano.
Non racconta una battaglia, ma il dopo.
Il tempo che segue la salvezza del mondo, quando resta solo ciò che è stato perso.
La città prova a riprendersi: le strade vengono ripulite, le case rattoppate, la vita continua.
Ma per Joyce, per Mike, per Undici, per tutti loro, nulla è davvero “come prima”.
Perché c’è un’assenza che pesa più di qualsiasi crepa nel cielo.
In questo ultimo episodio, i personaggi imparano a fare una cosa nuova:
vivere senza combattere,
ricordare senza distruggersi,
restare uniti senza un nemico comune.
Will non è più il ragazzo da salvare.
È diventato la scelta che li ha salvati tutti.
L’Ultimo Giorno di Hawkins non chiude tutte le porte.
Lascia spazio ai “se”, alle storie immaginate, ai finali alternativi custoditi in un vecchio quaderno.
Ma afferma una verità chiara:
non tutte le vittorie fanno rumore.
Alcune si riconoscono solo dal silenzio che lasciano.
Un finale dolce, malinconico, aperto.
Come l’ultima pagina di un libro che non vuoi davvero chiudere.
Tre mondi.Un solo epicentro.La mente di Vecna.
Quando Henry smette di fuggire dal suo trauma, il sistema che lo teneva in piedi inizia a cedere.La fenditura aperta da Holly si allarga, il Labirinto perde coesione, il Sottosopra reagisce come un organismo ferito.E nel mondo reale, Will sente che il collasso non è solo imminente: sta passando attraverso di lui.
Il Crollo è l’episodio della scelta impossibile.Quello in cui non si combatte più per vincere, ma per contenere.Per deviare.Per decidere dove far cadere tutto.
Mentre Undici affronta Vecna nel Labirinto e Hawkins trema sotto il peso della sua mente che implode, Will comprende di essere il ponte finale tra le dimensioni.Restare significa soffrire.Lasciare andare significa distruggere gli altri.
E allora sceglie.
Non come vittima.Non come eroe.Ma come qualcuno che, per la prima volta, accetta ciò che è.
Il Crollo è l’episodio in cui il mondo viene salvato dall’interno.Ma il prezzo è altissimo.Perché alcune vittorie non fanno rumore.Lasciano solo silenzio, mani che si raffreddano, e una luce lontana che prova – timidamente – a tornare.
Un episodio devastante, intimo, definitivo.Dove il male cade.E qualcuno resta sotto le macerie.
Ci sono luoghi che sembrano immobili, sospesi nel tempo.
Luoghi che non appaiono sulle mappe, ma che esistono da sempre dentro chi li cerca senza saperlo.
La casa sul lago è uno di questi.
Quando Nora vi entra, tutto parla: il legno bagnato, la polvere sulle cornici, le fotografie che osservano in silenzio.
C’è un nome che ritorna come una firma indelebile: H.T.
Un autore invisibile che da anni raccoglie ritratti del villaggio… e di Nora.
Ritratti che lei non ricorda di aver mai scattato, né di aver mai vissuto.
Tra vecchi negativi, pagine ingiallite e un quaderno identico al suo – ma scritto da un’altra mano – Nora intuisce una verità inquietante: qualcuno non solo la fotografa, ma la racconta.
Qualcuno che sembra conoscere la sua vita meglio di lei stessa.
La scoperta finale, sul lago, è un’immagine che non dovrebbe esistere: una figura femminile, una macchina fotografica, un riflesso che osserva e scompare.
In questo episodio, i confini tra memoria, identità e sguardo si assottigliano fino a dissolversi.
E la domanda non è più: “chi cerca Nora?”, ma “perché da così tanto tempo?”.
Un altro tassello si muove.
Un’altra ombra prende forma.
Un viaggio lento tra i canali di Comacchio, tra ponti in mattoni e case colorate riflesse nell’acqua.
Dal celebre Trepponti fino ai vicoli silenziosi, dall’antica Pescheria alle valli del Delta del Po, la città si rivela con la sua quiete autentica, fatta di gesti semplici e sguardi che si incontrano ancora per strada.
Un invito a rallentare, ad ascoltare il respiro dell’acqua e a scoprire un luogo che non vuole stupire, ma restare con te 🙏🤎
Il mondo intero sembra trattenere il respiro.
La soglia aperta da Holly non è più solo un varco mentale:è una fenditura tra le realtà, una crepa che attraversa la mente di Vecna, il Labirinto, il Sottosopra… e il mondo reale.
Qualcosa sta cedendo.
Nel Labirinto, Henry è finalmente costretto a guardare ciò che ha sempre evitato.
Non come mostro.
Non come simbolo.
Ma come ragazzo schiacciato dal proprio trauma.
Vecna appare nella sua forma più pura e spietata, deciso a proteggere l’illusione costruita per non sentire. Max si mette tra lui e Henry. Undici arriva come un lampo di luce. Non per distruggere, ma per comprendere.
Intanto, nel Sottosopra, ogni colpo mentale provoca fratture reali: il terreno si spezza, l’aria brucia, il mondo collassa. Nel mondo reale, Will sente la verità farsi strada nel suo corpo: se Vecna crolla, anche lui rischia di crollare.
La Fenditura è l’episodio in cui tutti i mondi si sincronizzano. Dove il dolore non può più essere nascosto. Dove la verità, una volta pronunciata, inizia a distruggere ciò che era stato costruito per fuggirle.
Perché alcune ferite non si chiudono combattendo.
Si chiudono guardandole negli occhi.
E quando accade, il mondo – interiore ed esteriore – non può più restare lo stesso.
Oggi ti porto alla scoperta di un modo di dire curioso e un po’ misterioso: “piantare in asso”.
Non ha niente a che vedere con le piante, ma con… le carte da gioco! ♠️
In questo episodio di Espressioni all’italiana ti spiego da dove nasce, cosa significa davvero e come usarlo nelle situazioni di tutti i giorni.
Un piccolo viaggio tra lingua e cultura per scoprire, ancora una volta, quanto l’italiano sappia essere vivo, ironico e pieno di sorprese. 🇮🇹✨
Restare, quando tutto fa rumore
Il 24 dicembre non è una sera uguale per tutti. Per qualcuno è luce, tavole apparecchiate, voci che si intrecciano. Per altri è silenzio, stanchezza, domande che non trovano spazio.
Questo episodio è un messaggio lento e umano per chi, proprio stasera, si sente fuori tempo, fragile, o semplicemente stanco di dover “stare bene”.
Non offre risposte facili, né soluzioni immediate.Invita invece a restare.
A non scappare da sé stessi. A concedersi il diritto di essere incompleti, in silenzio, veri.
Un podcast per chi vive il Natale con il cuore pieno di nostalgia, per chi ha perso qualcuno, per chi si è perso un po’ lungo la strada, per chi sente che la luce è troppo forte e il rumore troppo.
Nel finale, alcune riflessioni delicate su piccoli gesti che possono aiutare a sentirsi meno soli: la gratitudine, il servizio agli altri, la lettura, il silenzio di un luogo che accoglie — senza obblighi, senza aspettative.
Per chi desidera accompagnare l’ascolto o prolungare questo momento di calma, consiglio la canzone di Filippo Masetto, una musica essenziale e profonda, che parla senza fare rumore.
👉 Ascoltala qui:https://youtu.be/UmNREWjaj9Q?si=EYYJdb-niRft70j7
Buon 24 dicembre.
Con rispetto.
Con lentezza.
Con umanità. 🤍
Questo episodio nasce da un’osservazione silenziosa, fatta nel tempo, dentro il mondo dei podcast e delle narrazioni personali.
Un mondo in cui le storie di rinascita, cambiamento e trasformazione sono ovunque. Vere, spesso potenti. Ma sempre più spesso organizzate, ripetibili, funzionali.
Qui non si mettono in discussione le competenze, né la buona fede di chi racconta. Si prova invece a guardare il contesto: quando una storia entra in una strategia, quando un racconto diventa posizionamento, quando il podcast smette di essere solo dialogo e diventa direzione.
L’episodio parte da un’esperienza concreta: un invito rifiutato, non per mancanza di interesse, ma perché il tema proposto usciva dal messaggio controllato.
Da lì nasce una domanda più ampia, che riguarda tutti:
Cosa succede quando le storie diventano prodotti?
Non perdono automaticamente valore.
Ma rischiano di perdere complessità.
Il dubbio viene accorciato.
La fragilità viene risolta in fretta.Le domande aperte fanno paura, perché non convertono, non fidelizzano, non si vendono.
Questo podcast non è un attacco al lavoro, né al guadagno.
È una riflessione calma e necessaria su ciò che ascoltiamo ogni giorno — e su ciò che, ascoltando, stiamo comprando: forse non un prodotto, ma una promessa.
Un episodio per chi ama le voci che non spiegano tutto.
Per chi sente che non sempre servono risposte.
Per chi cerca spazi in cui non c’è nulla da vendere, ma qualcosa da pensare.
Un ascolto lento, critico, aperto.
Per restare nelle domande.
Francoforte non è solo una città.
È un organismo che respira anche quando tutto tace. Di giorno corre, misura, costruisce. Di notte ascolta. Tra vetro e nebbia, tra acciaio e silenzio, qualcuno scrive sui muri non per farsi vedere, ma per non scomparire.
XLT non è un volto.
Non è un nome da seguire. È un gesto. È straßenpoesie: poesia urbana lasciata dove nessuno la cerca, ma dove tutti, prima o poi, ne hanno bisogno.
Le sue frasi non urlano. Non vendono. Non spiegano. Restano.
Sono parole incise nel cemento come cicatrici gentili: ti feriscono o ti tengono insieme, ti destabilizzano o ti salvano per un istante. In questo episodio non troverai una biografia.
Troverai una presenza.
Una voce che ha scelto i muri perché è lì che le parole smettono di essere decorative e diventano necessarie.
Tre domande.
Nessuna risposta giusta.
Solo spazio per sentire. Perché forse l’arte più vera è quella che incontri per caso, mentre stavi andando altrove. E forse non tutti i muri dormono.
Alcuni ricordano.
Altri parlano.
Altri aspettano che tu sia pronto ad ascoltare.
In questo episodio intenso e profondamente umano, dialogo con Veronica Welch, voce autentica e direttrice del podcast Stop Telling Me to Relax, uno spazio dedicato alle madri single che non hanno tempo – né bisogno – di sentirsi dire di “rilassarsi”.
Parliamo di maternità single senza filtri, di resilienza, di pressione sociale sulle donne, di vulnerabilità come forza e di quella stanchezza invisibile che accompagna molte vite femminili. Veronica racconta il suo percorso reale: le difficoltà economiche, il senso di colpa, la paura di non essere abbastanza, ma anche la fiducia costruita nel tempo, la creatività nel resistere e il coraggio di mostrarsi fragile.
Un episodio dedicato a chi si sente sopraffatta, a chi porta tutto sulle spalle, a chi si chiede se sta facendo abbastanza.
Qui non troverai frasi motivazionali vuote, ma una conversazione sincera che accompagna, ascolta e lascia spazio alla verità.
Temi trattati:
Un dialogo che non insegna, ma cammina accanto.Perché a volte non serve essere perfette.
Serve solo essere vere.
Ci sono notti in cui il cielo sembra parlare, non con parole, ma con silenzi che pesano più di mille discorsi.
In questo episodio ti accompagno in un viaggio onirico tra astri, memoria e poesia: dalle rotte dei primi navigatori che si orientavano con le stelle, ai poeti che vi hanno trovato la propria voce, fino agli astronauti che hanno visto la Terra da lontano.
Il cielo stellato diventa così un archivio segreto della nostra memoria collettiva: un luogo dove si intrecciano assenze e promesse, ricordi e speranze.
Guardare le stelle significa guardare il passato, ma anche ritrovare la parte più intima e universale di noi stessi.
Un episodio poetico e profondo, che invita ad alzare gli occhi al cielo e a chiedersi: chi osserva chi?
Forse le stelle ci guardano da sempre, custodendo silenziosamente il senso dei nostri respiri.
Ci sono soglie che non separano due mondi.
Separano una verità da una menzogna.
In questo episodio, qualcosa si incrina.
Non solo nel Sottosopra, ma dentro chi lo abita.
La rete mentale di Vecna vacilla, non per un attacco, ma per un ricordo toccato troppo in profondità.
Holly apre ciò che non doveva essere aperto.
Will lo sente.
Undici lo riconosce.
E Henry — non il mostro, non Vecna — riaffiora, fragile, umano, spezzato.
Mentre le crepe si allargano e i mondi si sovrappongono, una voce impossibile torna a farsi sentire:
quella di Max.
La voce che Vecna teme più di tutte.
La voce che non accusa, ma costringe a guardare.
Questo episodio è il punto di rottura.
Il momento in cui il dolore non può più essere evitato.
In cui la fuga diventa scelta.
E la soglia, finalmente, comincia a tremare.
Non tutto ciò che emerge vuole distruggere.
A volte vuole solo essere visto.
Berlin Syndrome non è un film da spiegare.
È un film da attraversare.
In questo episodio parlo del film Berlin Syndrome lasciandomi guidare da ciò che resta addosso dopo la visione:
la sensazione di chiusura,
il tempo che si dilata,
la solitudine che diventa struttura.
La storia di Clare e Andi non è solo una storia di prigionia.
È l’incontro tra una libertà leggera e un vuoto troppo grande.
Tra il desiderio di vivere
e il terrore di restare soli.
Berlino non fa da sfondo.
Berlino osserva.
Fredda, geometrica, indifferente.
Una città che può essere apertura totale
o sparizione silenziosa.
Parlo di Andi non per giustificarlo,
ma per guardarlo da vicino.
Perché a volte il pericolo non ha il volto della violenza,
ma quello dell’assenza emotiva.
Del bisogno che diventa controllo.
Della presenza che si trasforma in prigione.
Questo episodio non racconta il film.
Racconta ciò che il film lascia.
🎧 Berlin Syndrome non finisce con i titoli di coda.
Continua dentro.
Come una porta chiusa che non smette di farsi sentire.
C’è un Natale che non profuma solo di arance e minestrone.Un Natale che fa sorridere… e poi stringe lo stomaco.
In questo episodio narrativo ti porto dentro Parenti serpenti, film cult di Mario Monicelli del 1992: una commedia che inizia con le risate e finisce per mordere, lasciando un segno profondo.
Siamo in una cittadina abruzzese degli anni Ottanta, durante la vigilia di Natale. Una casa qualunque, una famiglia qualunque, quattro figli che tornano “a casa” con regali, sorrisi e rancori ben nascosti. I genitori li accolgono con tenerezza, come se il tempo non fosse mai passato. Ma qualcosa, sotto la superficie, sta per rompersi.
Questo podcast è un viaggio:
Parenti serpenti non consola, non giudica, non salva nessuno. Monicelli ci costringe a guardarci allo specchio e a riconoscere le nostre paure: la vecchiaia, il peso degli altri, la responsabilità, l’egoismo travestito da buon senso.
Un episodio intenso, riflessivo e narrativo, che parla di cinema ma soprattutto di noi.
Perché la famiglia può essere un rifugio…ma a volte sa diventare una prigione.
Ci sono persone che non si limitano a guardare il mondo — lo vedono davvero.
In questo episodio intenso e toccante accolgo Michelle Steiner, scrittrice, fotografa, speaker ed educatrice, il cui percorso di vita ci insegna come la bellezza si riveli spesso nella lentezza, nell’attenzione e nella vulnerabilità.
A causa della sua disabilità, Michelle non guida. Cammina.E attraverso questi passi lenti e consapevoli ha imparato a notare ciò che la maggior parte di noi attraversa di corsa:
un fiore che cresce ai bordi di un marciapiede,un colore che sfugge,una trama nascosta,un dettaglio silenzioso che aspetta di essere visto.
Il suo cammino non è stato semplice.Le è stato detto che non avrebbe avuto successo negli studi, che non avrebbe conseguito una laurea, che i suoi sogni erano irrealistici.Eppure Michelle ha scelto di seguire la propria strada.
Ha studiato.Si è laureata.Ha costruito la sua indipendenza.Ha trovato la sua voce — e il suo sguardo.
Oggi vive in Pennsylvania con suo marito Ron e i loro due gatti, Jack e Sparrow, e condivide con il mondo un messaggio potente:le difficoltà non ci definiscono — modellano il modo in cui guardiamo la realtà.
In questa conversazione aperta e autentica, Michelle riflette sulla sua vita, sulla disabilità di apprendimento, sul suo percorso creativo e su come ciò che un tempo sembrava un limite sia diventato una lente unica attraverso cui osservare il mondo.
Questo episodio è un invito a rallentare.A guardare meglio.Ad ascoltare i dettagli silenziosi.A riscoprire la bellezza nascosta nella quotidianità. Perché a volte il vero miracolo non è nelle cose straordinarie,ma nell’imparare a vedere l’ordinario con occhi nuovi.