New York, estate del 1925. Il traffico di Manhattan si blocca davanti a uno spettacolo che sembra soprannaturale: un’auto elegante percorre Broadway senza conducente, sterza, frena, accelera da sola. La folla la battezza “ghost car” – auto fantasma – convinta di trovarsi davanti a un mistero inspiegabile. In realtà, è la prima dimostrazione pubblica di controllo remoto: un inventore visionario, Francis P. Houdina, ha trasformato le onde radio in estensione del pensiero umano, separando per la prima volta l’intelligenza dall’azione.
Quell’esperimento non era magia, ma un’anticipazione di tutto ciò che oggi chiamiamo automazione intelligente: dai droni ai robot chirurgici, fino ai veicoli a guida autonoma. Houdina mostrò al mondo tre principi che avrebbero cambiato per sempre la tecnologia: l’intelligenza può essere distribuita nello spazio, le macchine possono eseguire istruzioni senza presenza fisica, il controllo remoto può evolvere in autonomia.
Dalla “ghost car” del 1925 all’intelligenza artificiale odierna, il salto è enorme ma il principio resta lo stesso: separare la mente dal corpo, distribuire l’intelligenza oltre i limiti umani. Oggi non inviamo più comandi manuali a distanza, ma definiamo obiettivi che l’AI realizza con milioni di decisioni autonome al secondo. È l’evoluzione dal controllo diretto alla telepresenza cognitiva.
La lezione di Houdina è chiara: non serve temere le macchine, ma imparare a guidarle strategicamente. Come lui seppe trasformare un’auto in un fantasma obbediente alle onde radio, noi possiamo orchestrare intelligenze artificiali distribuite nel cloud, mantenendo saldo il controllo sugli obiettivi e sui valori. La rivoluzione dell’AI non è uno spettro da temere, ma un’intelligenza estesa da abbracciare.
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