Versatile, curioso e con l’ambizione di regalare qualche sorriso con una pensosa leggerezza. Charlot da Charlie Chaplin prende il nome ma vorrebbe rifletterne anche lo spirito, per diventare un programma che guarda al mondo dello spettacolo come da una scala a chiocciola: con una prospettiva a 360 gradi ma anche qualcuno in più. Perché passare e ripassare da un certo luogo - fisico o mentale - affrontare tematiche e problematiche vicine da punti di vista differenti, alla fine ci regala piccole illuminazioni, impreziosite da accostamenti inediti. Charlot si occuperà di cinema, di teatro, di opera lirica, di serie TV, di musical o di stand-up comedy... Facendoli dialogare tra loro a volte. Altre sfruttando quello che i linguaggi più moderni insegnano a quelli tradizionali. Due ore settimanali per scoprire, riflettere, interrogarsi sul mondo dello spettacolo e le sue prospettive.
Versatile, curioso e con l’ambizione di regalare qualche sorriso con una pensosa leggerezza. Charlot da Charlie Chaplin prende il nome ma vorrebbe rifletterne anche lo spirito, per diventare un programma che guarda al mondo dello spettacolo come da una scala a chiocciola: con una prospettiva a 360 gradi ma anche qualcuno in più. Perché passare e ripassare da un certo luogo - fisico o mentale - affrontare tematiche e problematiche vicine da punti di vista differenti, alla fine ci regala piccole illuminazioni, impreziosite da accostamenti inediti. Charlot si occuperà di cinema, di teatro, di opera lirica, di serie TV, di musical o di stand-up comedy... Facendoli dialogare tra loro a volte. Altre sfruttando quello che i linguaggi più moderni insegnano a quelli tradizionali. Due ore settimanali per scoprire, riflettere, interrogarsi sul mondo dello spettacolo e le sue prospettive.
Potrebbero sembrare storie di altri – meno fortunati di noi – quelle al centro degli spettacoli di cui si occupa Charlot questa settimana. Ma a osservarle più da vicino non ci raccontano solo il coraggio e la speranza che anima chi si mette in viaggio dall’Africa o dal Vicino Oriente lungo le rotte migratorie più letali al mondo.
I protagonisti di A place of Safety, il nuovo lavoro del collettivo Kepler- 452, più ancora dei migranti sono coloro che con i migranti si trovano a lavorare, a volte per salvarli da situazioni di grande pericolo, altre per accoglierli e aiutarli in quello che spesso sarà un percorso complesso di integrazione. E se il coraggio non manca nemmeno a questi protagonisti, più che la speranza nei loro occhi traspare a volte, la frustrazione e la disillusione. Kepler-452 lavora da tempo sul teatro documentario e con questa forma ha costruito anche il suo ultimo lavoro dopo aver trascorso alcune settimane a bordo della Sea Watch 5 mentre era impegnata in operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale.
Slow Motion è un esempio invece di teatro partecipato e nasce per iniziativa del Festival di Arzo e che vede confrontarsi un gruppo di persone che vivono nel nostro territorio, alcune con un passato, e un presente migratorio, altre residenti da sempre. Charlot ha seguito quell’incontro e ne propone il reportage in queta puntata
«Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla» la frase, attribuita a Lao Tzu, è perfetta per raccontare la nostra ossessione contemporanea per l’apocalisse. Viviamo infatti in un’epoca in cui la fine del mondo è evocata un po’ ovunque. Film, serie tivù, videogiochi, romanzi. Ma cosa ci affascina nell’immaginare la catastrofe? Perché siamo così attratti da ciò che, in teoria, dovrebbe spaventarci?
Forse perché, almeno nella finzione, quello è uno spazio sicuro. È un luogo dove possiamo confrontarci con l’idea di apocalisse senza esserne travolti per davvero. Perché ogni racconto post-apocalittico, in fondo, è un racconto di rinascita. In cui qualcuno, alla fine, resiste e trova una ragione per poter andare avanti. La fine del mondo diventa così specchio della possibilità di sopravvivere alla nostra stessa paura.
Dopotutto l’immaginario apocalittico abbraccia l’intera storia del cinema, da Nosferatu a L’esercito delle 12 scimmie, fino a serie come The Last of Us, Fallout e Pluribus che parlano di umanità e identità, più che di catastrofi.
Ospiti di Charlot, per raccontarci di come ogni epoca veda nella fine del mondo il riflesso delle proprie ansie e del proprio bisogno di senso, il critico cinematografico Giuseppe Ghigi, autore del saggio “Si salvi chi può! Cinema, apocalisse e altri disastri” (Marsilio, 2022) e lo scrittore e autore televisivo Emiliano Ereddia i cui romanzi “Il settimo cerchio” (Il Saggiatore, 2024) e “L’oltremondo” (Alessandro Polidoro Editore, 2025) s’ispirano proprio all’immaginario apocalittico.
undefinedundefinedCome si scrive una storia di mafia che dalla Sicilia tende i suoi tentacoli fino ai Caveau dei punti franchi e delle banche ticinesi?
La risposta che si sono dati Mattia Lento e Maria Roselli, storico del cinema e giornalista freelance il primo, giornalista d’inchiesta che da sempre si occupa di mafia la seconda, è semplicemente provandoci e utilizzando gli stessi strumenti del giornalismo ma con una maggiore libertà di esplorazione della realtà.
Così è iniziata la sceneggiatura di La linea della palma, la nuova serie thriller RSI coprodotta con Arte, da questa settimana disponibile su Play RSI e in onda due puntate a settimana il lunedì sera. La serie, che ha la firma del regista Fulvio Bernasconi, è stata girata nel corso dell’estate in Sicilia e a Lugano con una troupe imponente rispetto all’abituale scala svizzero-italiana ed è un prodotto molto curato sotto tutti i punti di vista. Anche da quello della scrittura che non a caso ha vissuto un lungo processo esteso lungo quattro anni. Ed è proprio alla scrittura che è dedicata questa puntata di Charlot che oltre al regista ospita i tre sceneggiatori Thomas Ritter, Maria Roselli e Mattia Lento.
Uno spettacolo può piacere o non piacere. Può risultare convincente o disturbante. Può apparire riuscito o mancato…
Ma come si “legge” uno spettacolo? Quali sono gli elementi di cui tenere conto per esprimere un giudizio o anche semplicemente per creare una propria personale scala di valori che consenta di posizionare in maniera ragionata lo spettacolo appena visto?
Interpretando la critica come strumento di indagine lo scorso anno il Lac ha avviato per i suoi abbonati un progetto pilota affidato allo scrittore e critico teatrale Graziano Graziani. Nel corso di incontri, che anticipavano e seguivano sei degli spettacoli in cartellone, un gruppo eterogeneo per età, interessi e formazione si ritrovava per approfondire tematiche e linguaggi degli spettacoli proposti. Un percorso di confronto e di analisi con lo scopo di discutere leggere, ascoltare e imparare a guardare sapendo che non c’è mai un solo modo di farlo…
Questa puntata di Charlot vi racconta l’origine e l’evoluzione di quel progetto nato più di 20 anni all’interno del FIT. Con Isabella Lenzo e Graziano Graziani.
“C’è un momento, nel teatro, in cui la storia di una persona diventa la storia di tutte”. È con questa convinzione e con la volontà di andare oltre la mera fruizione di uno spettacolo teatrale, che il Teatro Pan di Lugano lancia il nuovo format “Condi-Viviamo” di domenica 23 novembre, che prevede, dopo la rappresentazione per grandi e bambini dello spettacolo Il libro tutte le cose (tratto dal meraviglioso romanzo di Guus Kuijer), un momento di condivisione, per chiederci: in che modo questa storia teatrale risuona nella mia esperienza personale e si fa patrimonio collettivo?
Sul potere trasformativo delle storie parleremo insieme a Valentina Curti, organizzatrice culturale per il Teatro Pan, Silvio Joller, filosofo per l’infanzia e mediatore culturale, e Norma Bargetzi, protagonista insieme alle Anziane per il clima di una storia davvero trasformativa (la storica sentenza della Corte Europa contro la Svizzera per la violazione dei diritti umani in materia ambientale), oggi raccontata anche all’interno del documentario Trop chaud.
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La storia della Monteforno di Bodio non è sola un capitolo della storia industriale del Canton Ticino della seconda metà del Novecento. Lo ha capito perfettamente la giornalista e scrittrice Sara Rossi Guidicelli che quando ha iniziato a lavorare su un materiale fatto di documenti ma soprattutto di testimonianze orali ha subito immaginato di realizzare un affresco corale che illustrasse le vite di chi nella fabbrica aveva lavorato moltissimi anni, ma anche di coloro che dall’esterno avevano partecipato alla sua vicenda: le famiglie degli operai, gli abitanti di Bodio, i sindacalisti o i negozianti a cui l’acciaieria – in un modo o nell’altro – ha cambiato la vita e il modo di osservarla.
Affidandosi all’intuito e alla capacità di Laura Curino – una delle maggiori interpreti del teatro di narrazione italiano- il teatro sociale di Bellinzona trasporta sul suo palco le atmosfere, i sogni, le voci e i canti dell’acciaieria e restituisce uno spaccato della società ticinese con le sue contraddizioni e i profondi mutamenti che lo hanno allontanato da un passato rurale. Charlot è andata a curiosare mentre si preparava l’allestimento che debutta il 15 ottobre.
Prima emissione: 12 ottobre 2025.
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Perché il cinema continua ad affascinarci così profondamente? È la forza delle immagini, il potere del racconto oppure la capacità di farci specchiare nell’altro? Maestro indiscusso, il regista svedese Ingmar Bergman affermava che «non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima».
Una magia che non nasce solo nel buio di una sala, ma che si alimenta nei cineforum e nei circoli del cinema, luoghi in cui si è coltivata la passione per la settima arte, promuovendo il cinema d’autore e stimolando il confronto critico. Dalla metà degli anni Settanta in poi, proprio i piccoli cineclub sono stati veri e propri laboratori culturali, capaci di formare spettatori attenti e consapevoli.
Tra i protagonisti di questa lunga stagione figura anche Michele Dell’Ambrogio, anima e guida del Circolo del Cinema Bellinzona che da quasi cinquant’anni porta avanti un lavoro instancabile di promozione e riflessione, riconosciutogli dal Premio Cinema Ticino, assegnato per la prima volta non a un regista o a un produttore, ma a un critico e grande appassionato.
Michele Dell’Ambrogio è l’ospite di Charlot, insieme a Giona A. Nazzaro, direttore del Locarno Film Festival, per un dialogo sul cinema come strumento di lettura della società, capace d’interrogare le nostre coscienze.
Prima emissione 28 settembre 2025