Come ho scritto spesso nel mio taccuino, laprogettazione di un giardino non è solo una questione estetica, ma un atto creativo che fonde il design, la funzionalità e la natura con i suoi ritmi. E qui vale la pena fermarsi un istante, e parlare del tempo.
Perché il tempo, in progettazione, spesso è stato il grande escluso. Misuriamo superfici, volumi, costi, ma raramente ci chiediamo quando uno spazio verrà realmente vissuto. Infatti c'è un paradosso nel nostro mestiere. Progettiamo spazi pensando alla luce del giorno, ai colori vibranti che il soleesalta tra le aiuole. Eppure, se ci riflettiamo, la maggior parte di noi vive il giardino proprio quando il sole cala. È una contraddizione evidente. Secondo uno studio del Landscape Research Group dell’Università di Sheffield,oltre il 65% del tempo di fruizione dei giardini privati avviene dopo le 18:00, soprattutto nei mesi estivi. Al rientro dal lavoro, durante una cena estiva, o in quei momenti di silenzio prima di chiudere la giornata. Eppure, continuiamo a progettare come se il giardino fosse un luogo esclusivamente diurno.Il giardino che avete davanti agli occhi alle dieci di sera è lo stesso che avete progettato per le dieci del mattino? Quasi mai. Ed è proprio in questo “quasi mai” che nasce il problema progettuale. Ecco perché oggi parliamo di Chronos-Design. Non è solo un termine tecnico, è una filosofia: è l’arte di progettare uno spazio che non vada "in pausa" col tramonto, ma che impari a parlare un linguaggio diverso, fatto di ombre, riflessi e profumi invisibili. Non si tratta ovviamente di illuminare il giardino con luci artificiali ma di valorizzare gli aspetti naturali della notte.
Immaginate di essere in una struttura di cura dovel'aria è ferma, la luce è artificiale e i suoni sono meccanici. Ora, immaginate di aprire una porta e trovarvi di fronte un giardino: l’aria fresca, il sole tra le fronde, il profumo della lavanda e la corteccia ruvida di un albero sotto le dita. Immediatamente il battito cardiaco rallenta e la pressionescende. Non è magia, è scienza. Nel mondo della progettazione giardini e dell'architettura del paesaggio, oggi assistiamo a una rivoluzione silenziosa ma potente in cui non parliamo più solo di estetica o decorazione, ma di Healing Gardens, ovvero giardini curativi, e Giardini della Memoria. L'idea che la natura curi non è una semplice intuizione romantica, ma si basa sull'Evidence Based Design, la progettazione basata sulle evidenze scientifiche. Già negli anni ’80, lo psicologo ambientale Roger Ulrich dimostrò che i pazienti con una vista sul verde guarivano più velocemente e richiedevano meno antidolorifici rispetto a chi vedeva solo muri di mattoni. Studi successivi hanno confermato che lanatura riduce lo stress psicofisiologico in meno di cinque minuti attivando la Biofilia, la nostra innata attrazione biologica verso il mondo naturale. Un progetto di gardendesign ben strutturato può ridurre i sintomi d’ansia fino al 50%, diventando parte integrante del percorso di guarigione. Per progettare un giardino davvero rigenerantenon basta inserire qualche pianta ornamentale, ma è necessario rispettare ingredienti precisi che la ricerca ha individuato. Un giardino terapeutico richiede innanzitutto un contatto diretto con la natura viva, fatta di vento,luce e cielo, evitando l'uso di piante artificiali. Il giardino deveessere leggibile per offrire una percezione di controllo che riduca l'ansia, permettendo all'utente di capire subito dove andare o dove sedersi. È fondamentale favorire un movimento dolce attraverso percorsi liberi da barriere, ideali per camminare e riattivare il corpo. Il garden design deve inoltre bilanciare socialità e privacy, offrendo sia angoli appartati per la solitudine sia spazi per la convivialità, il tutto arricchito da stimoli sensoriali calibrati come profumi e suoni naturali, evitando però eccessi che potrebbero risultare disturbanti. Una delle sfide più affascinanti per chi si occupa di progettazione giardini è creare spazi dedicati ai malati di demenza o Alzheimer, dove il design incontra la neuroscienza. Poiché questi pazienti spesso manifestano il wandering,ovvero il vagabondaggio compulsivo, trovare un cancello chiuso o un vicolo cieco genererebbe in loro frustrazione e ansia. La soluzione progettuale è il cosiddetto "Loop Infinito", un percorso circolare che permette al paziente di camminare e tornare al punto di partenza in totale sicurezza senzamai sentirsi perso. In questi contesti si applica la "Terapia dellaReminiscenza" utilizzando le piante come macchine del tempo: si scelgono varietà legate alla memoria a lungo termine, come il rosmarino, la salvia o le ortensie, evitando specie esotiche che potrebbero creare confusione cognitiva.La sicurezza botanica rimane la priorità assoluta, motivo per cui tutte le piante selezionate devono essere atossiche e commestibili, escludendo categoricamente specie pericolose come l'oleandro.
L’importanza di scegliere uno stile
Proprio come l’arredamento di casa, il giardino habisogno di una direzione.
È un processo personale: ciò che scegliete dice molto di voi.Per me il giardino e credo per tutti i garden designer, dovrebbe riflettere la personalità di chi lo vive, nonquella di chi lo progetta. Lo stile è ciò che rende uno spazio coerente con: la vostra casa, il paesaggio, la luce, il vostro modo di vivere. Lo stile formale: ordine, ritmo, architettura Se amate la geometria, la simmetria e un senso dicalma visiva, lo stile formale è il vostro terreno. È uno stile che richiede disciplina: linee rette, prospettive, ripetizioni, struttura sempreverde. Le piante chiave sono quelle che “stanno in forma”: Buxus sempervirens, Taxus baccata, Ilex crenata, siepi, elementi topiari. Con lauro nobilis, carpino, ligustrum È un giardino che rassicura, che guida lo sguardo, che porta ordine nel caos della vita quotidiana.
E può essere modulato: da un semplice asse monocromatico fino a composizioni più complesse.
Se invece vi piace che la natura si esprima con piùlibertà, forse vi riconoscete nello stile informale, di ultima concezione. Qui la parola chiave è movimento: erbacee cheoscillano col vento, piante che cambiano nei mesi, linee sinuose, esplosione di texture. Le essenze protagoniste sono: Stipa tenuissima, Pennisetum alopecuroides, Gaura, Salvie, Nepeta, Calamagrostis. È lo stile dei prairie (preiri) garden, I prairie garden sono giardini ispirati alle praterie naturali del Nord America. In pratica: un mix di erbacee perenni ed erbe ornamentali che crea un paesaggio morbido, naturale, in movimento continuo. Sono diventati famosi grazie al garden designer Piet Oudolf, il padre del movimento “New Perennial”. Piace perché è un giardino che vive, respira,cambia ogni giorno. E allo stesso tempo è sostenibile, ecologico, pieno di impollinatori e biodiversità. È un modo di portare la natura nel giardino senza forzarla.
Negli ultimi trent’anni, progettando giardini daMilano alla Sardegna, dalle colline del Piemonte ai piccoli terrazzi urbani, ho capito una cosa semplice:
un giardino non funziona quando è decorativo; funziona quando comunica e coinvolge.
E comunica attraverso ciò che percepiamo, in modo diretto, naturale. Oggi ti porto dentro questo modo diprogettare: il giardino come esperienza, come regia, come costruzione di stimoli sensoriali calibrati per guidare lo sguardo e le sensazioni.
In Thailandia, il giardino non è solo un luogo dibellezza. È un cammino, una soglia, un’esperienza spirituale.
Nei templi buddhisti, l’architettura e il paesaggio si fondono in un linguaggio simbolico che parla di equilibrio, di impermanenza, di pace interiore.
Ogni pietra, ogni stagno, ogni fruscio di foglia diventa parte di una meditazione sul tempo e sulla vita. In questa puntata voglio portarti dentro questi giardini sacri, non come turista, ma come progettista.
Perché i giardini dei templi thailandesi ci insegnano molto su come la forma possa servire lo spirito, e su come la natura diventi architettura. Il giardino come cammino spirituale. Nel buddhismo, il giardino è una rappresentazione simbolica del cosmo. Il tempio non è mai isolato, ma immerso nel paesaggio: circondato da stagni, boschi, colline, sentieri che conducono alla meditazione.
Tutto è studiato per invitare alla lentezza, alla consapevolezza del gesto. Il termine “Wat”, che indica il tempio buddhista,significa letteralmente “recinto sacro”. All’interno di questo perimetro convivono edifici, statue, alberi e specchid’acqua. È una città spirituale in miniatura, un mondo ordinato dove l’uomo e la natura dialogano. Qui il progetto del paesaggio non serve a stupire, ma a risvegliare. Ogni percorso, ogni visuale, è pensata per favorire la meditazione e ricordare l’interdipendenza di tutte le cose.
Oggi parleremo di acqua.
In particolare della piscina come elemento di architettura e paesaggio, come parte viva del giardino.
Non solo un segno estetico, ma una forma di equilibrio,
dove si riflette la casa, la luce e il tempo. C’è un momento, in ogni giardino, in cui l’acqua smette di essere un semplice elemento naturale… e diventa architettura. Non parlo di una piscina come status symbol, ma di un’architettura liquida — uno specchio che riflette il cielo, la casa, e il modo in cui vogliamo vivere lo spazio. Una piscina ben progettata non è un semplice oggetto. È parte del paesaggio vivoche respira. Negli anni Cinquanta, la piscina ha cambiato pelle.
Non più soltanto un lusso, ma una parte integrante del giardino. Maestri come Pietro Porcinai, Thomas Church avevano già intuito che l’acqua poteva diventare parte del linguaggio architettonico. Porcinai, per esempio, progettò vasche che si fondevano con il prato, come se fossero nate insieme al paesaggio. Church scriveva: “Il progetto è una sola unità, che integra la casa e il giardino con il libero fluire di chi lo attraversa.” E aveva ragione.
Un giardino, una piscina, un’ombra, un percorso — tutto deve scorrere come una melodia. Quando la piscina non nasce come parte strutturale dell’edificio, il suo rapporto con gli spazi esterni diventa fondamentale.
Non basta scegliere i materiali giusti: serve uno studio di comunione visiva e funzionale tra casa, giardino e acqua.
La forma stessa della vasca — la sua direzione, la sua proporzione — definisce come il paesaggio verrà percepito.
Un rettangolo disposto lungo l’asse principale, ad esempio, guida lo sguardo e suggerisce un movimento, mentre una forma orizzontale o trasversale può creare una chiusura, un punto di sosta visiva.
Ogni piscina, qualunque sia la sua dimensione, dialoga con ciò che la circonda: con i percorsi che la collegano alla casa, con le alberature che la incorniciano, con le visuali che vanno protette o, talvolta, schermate.
In questo dialogo sta la vera progettazione paesaggistica: trovare l’equilibrio tra ciò che deve emergere e ciò che deve restare sottinteso.
Benvenuti nel mondo della progettazione giardini e del garden design contemporaneo. Io sono Luciano Caprini, garden designer. Oggi parliamo di qualcosa che, di solito, viene percepito come un problema: la pioggia. Quella che ristagna nel prato, che scava le ghiaie, che inonda i vialetti. Eppure, se la guardiamo con occhi diversi, proprio da lì può nascere una nuova visione della progettazione del verde: un giardino più intelligente, più vivo, più poetico.
Negli ultimi anni le piogge sono cambiate: lunghi periodi di siccità, poi temporali violenti e improvvisi. Il terreno non riesce più ad assorbire, le superfici sono troppo compatte, e il risultato è sempre lo stesso: acqua che scorre via portando con sé fertilità e biodiversità. Lo sapevi che, in Italia, ogni giorno vengono impermeabilizzati più di due ettari di suolo? Due ettari che smettono di far respirare la terra. E allora nasce una risposta di garden design intelligente: il Rain Garden, un piccolo ecosistema che trasforma la pioggia in risorsa, diventando parte integrante della progettazione del verde sostenibile.
Il Rain Garden è una conca verde progettata per raccogliere, filtrare e restituire l’acqua al terreno. Non è una palude, né un laghetto: è un giardino che dialoga con l’acqua. Quando piove, si riempie e lavora. Quando torna il sole, si asciuga e respira. Semplice. Naturale. Ma dietro questa semplicità si nascondono forze profonde e benefici misurabili. Studi dimostrano che i rain gardens riducono il deflusso superficiale di oltre il 30–40% rispetto a superfici erbose normali. Filtrano nutrienti, metalli pesanti e particolato fine, trattenendo fino all’80% delle impurità sospese e migliorando la qualità dell’acqua che rientra nel suolo. Non è solo estetica. È progettazione del verde che diventa idraulica applicata al paesaggio.
Nel mio lavoro di progettazione giardini, il rain garden nasce sempre da un principio semplice: rallentare. Restituire tempo alla terra. Si individua un punto lontano dall’edificio, in un’area naturalmente ribassata, dove convogliare l’acqua dei pluviali o delle superfici drenanti. Si scava una depressione di 30–40 cm e si crea una stratigrafia di sabbia, ghiaia e terra vegetale. Il resto lo fanno le piante. Funziona su quasi tutti i terreni, tranne quelli molto compatti: basta alleggerirli con sabbia silicea e compost. La manutenzione è minima un taglio annuale delle graminacee. Nei miei progetti di garden design amo inserire passerelle in legno o pietra naturale che attraversano la zona umida, così il rain garden diventa un luogo da vivere, non soltanto una soluzione tecnica. Il rumore dei passi sul legno bagnato, il profumo della terra dopo la pioggia: piccoli dettagli che rendono il giardino vivo.
Benvenuti a “Progettare il giardino: consigli in 5minuti”… che oggi dureranno qualche minuto in più, perché affrontiamo uno dei temi più affascinanti del garden design contemporaneo:
la continuità tra interno ed esterno.
Non si tratta solo di mettere una bella vetrata oscegliere qualche arredo elegante per la terrazza. No.
È un vero cambio di prospettiva: riguarda i materiali, le visuali, la qualità dell’abitare, e soprattutto il modo in cui architettura e giardino dialogano. Come afferma la rivista Architect Magazine, oggi l’obiettivo non è semplicemente ampliare lo spazio abitativo, ma creare “un’unitàsuperiore tra natura, architettura e persone”.
Ed è esattamente questo il cuore della puntata di oggi.
Dall’architettura al paesaggio — senza soluzione di continuità
Fino a qualche decennio fa — e purtroppo ancora oggi,in molti casi — la casa finiva… con la porta finestra.
Fuori c’era “il giardino”, quasi sempre trattato come un’aggiunta: un luogo da sistemare dopo, con soluzioni quasi sempre da giardiniere, senza una vera integrazione progettuale. Oggi questo approccio è superato. Nei progetti più evoluti, il giardino è parte integrante dell’architettura: si lavora su assi visivi, grandi serramenti scorrevoli, pavimentazioni coerenti, palette materiche condivise.
Il risultato? Non c’è più una “soglia netta”, ma un passaggio fluido, continuo, spesso impercettibile.
La casa sembra più grande, più luminosa, e il giardino diventa vivibile tutto l’anno. Pensiamo a molte ville moderne: le grandi vetrate si aprono completamente in estate, facendo “sparire” la parete e fondendo il living con il giardino in un unico spazio.
Ma questo principio vale anche per una casa piccola o un appartamento conterrazzo: la chiave è la coerenza progettuale, non il budget o la semplificazione.
Immaginate un giardino nelle prime ore del mattino.
Le foglie ancora bagnate di rugiada, l’aria ferma, la luce radente che attraversa i ciuffi di graminacee e accarezza la pietra del sentiero. In quei momenti il giardino non è solo un insieme di piante: è un corpo. Un organismo vivo, presente nello spazio, che respira e parla… se siamo disposti ad ascoltarlo. Lo spunto arriva da un pensatore radicale e poetico: Riccardo Blumer, architetto, designer e docente.
In una sua intervista ha posto una domanda che, apparentemente, sembra semplice: “Una colonna da sola può essere definita architettura?”Dietro questa domanda si nasconde un mondo di significati che possiamo riportare direttamente nel nostro modo di progettare giardini. Blumer parla di tre parole chiave che ossessionano la sua ricerca: miscela, irreversibilità e corpo. La miscela è qualcosa che l’uomo inventa: quando fondiamo elementi diversi —come l’uovo e l’olio per la maionese — non possiamo più tornare indietro.
Allo stesso modo, il corpo umano è una miscela irreversibile: un insieme di parti che genera una presenza autonoma nel mondo. E qui arriva il punto: “Lo stesso vale per l’architettura: anche se mancano alcune parti, come in un rudere o in una statua mutilata, possiamo ancora percepire la presenza di un corpo. Possiamo sentirla viva.” Ora potreste chiedervi: cosa c’entra tutto questo con un giardino? C’entra eccome, perché anche un giardino, può essere un corpo…
Un giardino maturo è una miscela irreversibile: terreno, piante, luce, vento, acqua, suolo, insetti… Tutti questi elementi si fondono in un sistema unico. Se togli uno di questi elementi — per esempio se cambi il microclima, eliminiuna fascia di vegetazione o inserisci un materiale incoerente — l’intero corpo cambia, si indebolisce, perde identità.
Oggi vi porto a Londra, nei celebri Kew Gardens, uno deigiardini botanici più importanti e prestigiosi al mondo, perché qui il 25 luglio, è stata inaugurata una novità che ci riguarda molto da vicino come appassionati e progettisti del verde: il Carbon Garden, un giardino pensato per raccontare e affrontare il tema del cambiamento climatico. Perché è importante parlarne? Perché questo progetto non è solo un nuovo allestimento scenografico, ma rappresenta un cambio di paradigma. Il giardino non più visto come puro ornamento, ma come strumento di comunicazione e di educazione ecologica. Dal punto di vista progettuale, il Carbon Garden èdiviso in tre sezioni principali, ognuna con un messaggio forte. La prima è il Dry Garden, il giardino secco.Qui dominano piante mediterranee e xerofile: lavande, agavi, arbusti e graminacee che sopravvivono con pochissima acqua. È la rappresentazione del futuro arido che ci attende, ma anche un manifesto di come si possano progettare spazi belli e resilienti senza dipendere da irrigazioni eccessive. La seconda area è il Rain Garden, dedicata alla gestione delle acque piovane. Qui canali e avvallamenti convogliano l’acqua in punti precisi, dove crescono piante che amano avere “i piedi bagnati”, come iris d’acqua e altre specie palustri. È una lezione viva su come trasformare il problema delle piogge torrenziali in una risorsa che nutre il giardino eprotegge il terreno. Infine, c’è la sezione delle bordure tematiche, un percorso vegetale che riproduce le “climate stripes”, il celebre grafico che mostra l’aumento delle temperature globali. Qui le fioriture, dalle achilleerosso acceso fino alle idrangee blu, creano un racconto cromatico potente: un giardino che diventa infografica vivente, memoria storica e al tempo stesso monito per il futuro. A unire queste aree c’è il padiglione dei funghi,una struttura ispirata al mondo sotterraneo delle micorrize: invisibili ma fondamentali per la vita delle piante. Un richiamo a quello che spesso non vediamo, ma che sostiene tutto il resto. Il Carbon Garden ospita 6.500 piante e 35 nuovi alberi, scelti non tanto per la loro bellezza o rarità, ma per la loro resilienza: sono specie capaci di adattarsi a un clima che diventerà sempre più arido, con estati torride e inverni instabili. Piante che hanno la capacità di sequestrareCO₂, migliorare la qualità dell’aria, proteggere il suolo econtribuire in modo concreto alla salute del pianeta.
Vorrei aprire con una frase di Ralph Waldo Emerson:
“La natura è il simbolo dello spirito.”
Ed è da qui che ripartiamo: dal giardino come simbolo,come riflesso dell’armonia che lega l’uomo alla natura. Perché progettare un giardino non significa solo scegliere piante e materiali, ma riscoprire quell’unità invisibile che ci comprende e ci trascende. Oggi parleremo proprio di questa unità, attraverso un concetto antico ma attualissimo: Unum Naturae, l’unità della natura. Un invito a guardare al giardino non come a un semplice spazio da esibire, ma comea un microcosmo capace di ricordarci che tutto, nella vita, è profondamente connesso. Perché progettare un giardino è entrare in dialogo con un’armonia più grande, che ci supera e ci comprende. Quando parliamo di giardini, spesso pensiamo subito a piante, fiori, colori, magari alla disposizione estetica di siepi e alberi, alla piscina o al gazebo.Ma in realtà il giardino è molto di più: è un linguaggio, un luogo simbolico, uno specchio in cui possiamo intravedere l’armonia profonda che lega l’uomo alla natura. Gli antichi latini avevano un’espressione potente: “Unum Naturae”,che significa l’unità della natura. Un concetto che ricorda come tutto sia connesso, interdipendente, parte di un grande equilibrio. Ecco perché un giardino ben progettato non è soltanto bello: ma armonioso, perché deve rifletterequell’ordine invisibile che tiene insieme il mondo. Il filosofo Plotino scriveva: “La bellezza non risiede nelle parti singole, ma nell’armonia che le lega tra loro.” Ed è esattamente questo il cuore di un progetto di giardino: l’arte dimettere in relazione, di orchestrare forme, profumi, spazi e silenzi in una sinfonia unica. Ogni giardino, piccolo o grande, è un microcosmo. Un luogo in cui si ritrovano gli elementi fondamentali: la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco della luce.
In questi mesi abbiamo seminato idee, progettato spazi, ragionato insieme su luce e ombra, materiali, proporzioni... Abbiamo parlato di piante, di errori da evitare, di sceltecoraggiose. E ogni volta — davvero, ogni volta — ho immaginato di parlare a chi, come me, ama il verde non solocome decoro… ma come parte viva del paesaggio umano.Il giardino non è un luogo qualunque. È un gesto, un linguaggio, una forma di rispetto verso la terra e verso chi la abita.
Mi piace ricordare una frase di Robert Burle Marx:
“Un giardino è la proiezione di un sogno.” E in estate, questo sogno prende luce, prende calore, si apre al mondo.
Scriveva Vita Sackville-West: “Niente è più bello di ungiardino d'estate. È il luogo dove il tempo smette di correre.”E ancora, una delle mie preferite, di John Clare: “In estate, il giardino è un poeta che non ha bisogno di parole.” E allora, se in queste settimane sarete al mare, in montagna…in una città d’arte guardatevi attorno.
Lasciatevi sorprendere dai giardini meravigliosi creati dal tempo, dal sole e dalla pioggia. Osservate i prati, i boschi, le dune, gli uliveti, le rocce coperte di muschio.
Ascoltate l’aria. Odoratela. Sentitevi parte del giardino eterno. Perché in fondo, la bellezza è tutta lì.
Progettare la luce in un giardino significa pensarecome un regista: osservare la scena da un punto preciso e scegliere cosa raccontare e come. Gli alberi, con la loro struttura ramificata, la forma del tronco e la consistenza delle chiome, diventano attori in primo piano. Le connessioni visive, le ombre proiettate, la temperatura colore della luce:tutto concorre a creare un linguaggio.Il concetto espresso da Hervé Descottes – “La luce non deve mai essere decorazione. È architettura, è emozione, è ritmo narrativo”– è una vera dichiarazione poetica per chi, come noi, si occupa di progettare gli spazi, soprattutto quelli all’aperto. La luce non è un ornamento: non va intesa come un semplice abbellimento, un "effetto speciale" da aggiungere alla fine. È parte integrante del progetto architettonico e paesaggistico. È ciò che modella i volumi, disegna le prospettive, dà senso al pieno e al vuoto. In questo senso, la luce è architettura.Contribuisce a costruire lo spazio, come farebbe una parete o una soglia visiva. In un giardino, ad esempio, può accentuare un asse prospettico, sottolineare la geometria di una siepe, oppure spezzarla per creare un punto di fuga inaspettato. Con un fascio luminoso possiamo virtualmente"costruire" un portale tra due alberi o "scavare" unanicchia d'ombra sotto una pergola. La luce è anche emozione: la sua temperatura colore influisce sul nostro stato d’animo. Una luce calda (3000K), la mia preferita trasmette accoglienza, intimità, calma. Una luce fredda (5000K) puòevocare mistero, distanza, silenzio. Nelle serate estive, ad esempio, una buona illuminazione può farci sentire al centro di una scena da sogno. Può rendere un giardino notturno una vera esperienza sensoriale. Una Peonia al chiaro di luna saràpiù affascinante se accarezzata da una luce calda. Una luce fredda invece ne spegnerà la poesia. La temperatura colore è come il tono di voce in una conversazione: cambia completamente la percezione.
Oggi vi parlerò dei giardini in pendenza, come trasformare un limite in opportunità C’è un momento, quando si guarda un terreno in forte dislivello, in cui si pensa: “Qui un giardino non si potrà mai fare”. E invece è proprio lì che spesso nasce l’opportunità più affascinante per un progettista. Un giardino in pendenza può sembrare un problema, ma in realtà è una risorsa estetica e funzionale, se lo si affronta con lo sguardogiusto. Il punto di partenza: leggere il terreno La prima cosa da fare è ascoltare il terreno, leggerne la morfologia, osservarne il comportamento con l’acqua, il vento e laluce. In base alla pendenza, si decide se intervenirecon terrazzamenti — cioè la creazione di piani orizzontali retti da muretti in pietra, lamiere metalliche, o tecnologie strutturali — oppure se lasciare il pendio naturale, stabilizzandolo con vegetazione e contenimenti morbidi. Ma attenzione: più è ripido, più va trattato conattenzione. Un pendio oltre il 30-35% richiede studio geotecnico, drenaggi seri, ancoraggi e spesso anche barriere antierosione. In alcuni casi, è obbligatorio prevedere strutture ingegneristiche nascoste, come geogriglie, terre armate.
Oggi parliamo di scelte progettuali che sembrano natenon da uno studio del contesto, non da un’ idea ponderata, ma da una gita domenicale in un vivaio, con tappa finale al reparto “decorazioni”.Tufo, lapillo vulcanico, sassi colorati, erba sintetica e potature che trasformano piante nobili in goffe caricature modaiole.
Sono materiali e soluzioni che vediamo ovunque. Masono davvero la scelta giusta in un progetto di garden design coerente, durevole e sensato?Spoiler: no. E oggi ti spiego il perché, con dati, concetti architettonici e qualche sana provocazione. Io no pretendo certo di appropriarmi della verità, ma solo di stimolare una riflessione.
Il primo passo per un restauro intelligente delgiardino è la valutazione dello stato attuale.Prendi nota di tutto: alberi già cresciuti, arbusti consolidati, muri, siepi, pendenze, esposizioni. Spesso questi elementi – se ben letti – diventano linee guida, non ostacoli. Un consiglio professionale: realizza un rilievo fotografico e planimetrico dettagliato, e se possibile, fai un’analisistorica del luogo. Alcuni giardini nascondono tracce del passato: vecchie bordure, muretti in pietra, camminamenti, fontane. C’è un detto inglese che uso spesso e che racchiude una verità profonda:“Don’t kill the soul of the garden” – Non uccidere l’animadel giardino. Ma che cosa significa, in concreto?Significa che ogni giardino esistente ha una memoria, un’identità,un genius loci – lo “spirito del luogo”, la sua vocazione naturale, storica, affettiva. Spesso, quando si progetta ex novo, abbiamo carta bianca. Ma quando si restaura, no.In quel terreno, in quelle piante, nei vuoti e nei pieni, ci sonostorie sedimentate.“Un vecchio ulivo in un angolo. Una vite addossata a un muro. Un rosmarino che ha resistito per anni sotto l’evolvere del clima. Tutti elementi che parlano di quel giardino.” Uccidere l’anima di un giardino significa spianare tutto con unbulldozer progettuale, ignorando ciò che quel luogo racconta e può offrire.Rispettarla, invece, significa valorizzare ciò che c’è già,reinterpretarlo con sensibilità contemporanea e restituirgli una nuova vita.
In ogni epoca, il giardino ha rappresentato qualcosa di più grande: l’idea che l’uomo, nel plasmare la natura, racconta sé stesso. Ecco perché conoscere queste radici non è solo un esercizio di stile, ma uno strumento per progettare con consapevolezza oggi. Perché anche oggi, come allora, il giardino può essere paradiso, tempio o rifugio filosofico.
Dipende da noi, da come scegliamo di viverlo. Oggi, il garden design si è emancipato da queste logiche di rappresentanza. Non è più – o non solo – un esercizio di stile. È unaforma di dialogo con lo spazio e con la nostra interiorità. Secondo un’indagine condotta da Nomisma per Assoverdenel 2024, oltre il 65% degli italiani considera oggi il giardino non solo uno “sfondo estetico”, ma uno spazio essenziale per il proprio benessere mentale e fisico. È la conseguenza di un cambio culturale profondo, accelerato dalla pandemia, dai lockdown, ma anche da una crescente consapevolezza ecologica. Nel garden design contemporaneo, il giardino èdiventato stanza, rifugio, paesaggio terapeutico. Non è più un luogo da osservare, ma da vivere, anche in modo informale, quotidiano. E il progettista, oggi, non è più un mero “compositore di aiuole”. È un traduttore di emozioni, un ascoltatore attivo, un professionista che deve saper leggere non solo il luogo, ma anche la storia, le aspettative, le abitudini di chi abiterà quello spazio. Come ha scritto il grande paesaggista francese Michel Racine, “Progettare un giardino è creare uno spazio che racchiuda memorie,desideri, e prospettive future. È un gesto poetico prima che tecnico.” In questo senso, la fase progettuale è diventata molto più complessa, perché si nutre di psicologia, di narrazione, di paesaggio interiore.
I giardini, nel corso della storia, hanno sempre seguito il ritmo delle mode. Dal rigore rinascimentale dei giardini all’italiana, disegnati per controllare e dominare la natura con simmetrie e prospettive perfette, alle coreografie verdi della Versailles barocca, dove ogni siepe era un atto di potere, fino alla rivoluzione romantica del giardino inglese, che abbracciava laspontaneità, i laghetti serpeggianti, le rovine scenografiche, le sorprese lungo il cammino. Ma oggi, in molti contesti, si è superato il concetto di stile per abbracciare quello del"teatrino permanente".
Viviamo l’era del giardino-esibizione.
Quello con la piscina a cascata finta, i vetri colorati, le rocce importate, magari illuminate dal basso come in una vetrina.
Gli ulivi secolari sradicati, spostati di regione in regione come fossero bonsai da salotto, potati fino a perdere dignità.
E poi i giardini verticali, riproposti ovunque, anche dove non servono, come se la sola estetica della parete vegetale bastasse a stupire. Siamo passati dal giardino che accoglie…
…al giardino che grida. Eppure, il giardino nasce per altro. Non per esibire, ma per offrire rifugio.
Non per stupire, ma per sussurrare.
Come disse il paesaggista americano Frederick Law Olmsted, padre di Central Park: “Un giardino deve avere il potere di calmare, non quello di impressionare.”
Oggi parliamo delle vivaci perenni, piante che ritornano ogni anno con la forza e la grazia di chi sa aspettare. Non hanno l’arroganza delle annuali, né la staticità degli arbusti. Sono la vera anima mutevole del giardino, il cuore pulsante che accompagna le stagioni con ritmo, colore, struttura. Tecnicamente, una vivace perenne è una pianta erbacea che ha un ciclo di vita superiore ai due anni e che si distingueper la sua capacità di rigenerarsi stagione dopo stagione, pur non presentando parti legnose persistenti. A differenza delle arbustive, infatti, non lignifica: la porzione epigea (cioè la parte aerea) può disseccare completamente durantel’inverno o nei periodi di stress climatico, ma la parte ipogea(sotterranea) — composta da rizomi, bulbi, tuberi o robuste radici fascicolate — sopravvive e garantisce la ripresa vegetativa nella stagione successiva. Queste strutture sotterranee funzionano come veri e propri organi di riserva,immagazzinando sostanze nutritive e acqua per affrontare i mesi sfavorevoli. È grazie a questa strategia evolutiva che molte perenni riescono a resistere a condizioni estremecome il gelo invernale, la siccità estiva o i terreni poveri.
Quando pensiamo a un giardino, la nostra mente va subito ai fiori, ai colori, magari a un grande albero ombroso. Ma c’è una categoria di piante che lavora in silenzio, quasi invisibile, eppure è capace di trasformare profondamente lo spazio: le erbe ornamentali. Queste piante, appartenenti a diverse famiglie botaniche — non solo graminacee, ma anche Cyperaceae, Juncaceae, Restionaceae, Typhaceae — sonostate per secoli fondamentali per la sopravvivenza dell’uomo. Pensiamo all’importanza del bambù in Asia, del papiro in Egitto, o della canna in Africa e nel Mediterraneo. Eppure il loro valore ornamentale è stato riscoperto solo nel Novecento, grazie a pionieri come Karl Foerster, il botanico tedesco che introdusse moltissime varietà di graminacee nel giardino moderno. A lui si deve anche la celebre frase:
“Un giardino senza graminacee è come una poesia senza ritmo.”