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Ascolto Beltrami
Alessio Beltrami
132 episodes
15 hours ago
Content Marketing per chi ha fame.
Il podcast settimanale di Alessio Beltrami registrato per brave persone che hanno voglia di affermarsi grazie alla forza delle loro idee. Qui trovi le istruzioni per costruire la tua strategia di marketing grazie ai contenuti.
--
Ascolto Beltrami è un podcast originale prodotto da Content Republic Lda su licenza di Fondazione Alessio Beltrami. È vietata la riproduzione anche parziale di tutti i contenuti che compongono il podcast e questa pagina web. Le parole pronunciate da Alessio Beltrami in questo podcast non rappresentano una comunicazione ufficiale di Fondazione Alessio Beltrami.
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All content for Ascolto Beltrami is the property of Alessio Beltrami and is served directly from their servers with no modification, redirects, or rehosting. The podcast is not affiliated with or endorsed by Podjoint in any way.
Content Marketing per chi ha fame.
Il podcast settimanale di Alessio Beltrami registrato per brave persone che hanno voglia di affermarsi grazie alla forza delle loro idee. Qui trovi le istruzioni per costruire la tua strategia di marketing grazie ai contenuti.
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Ascolto Beltrami è un podcast originale prodotto da Content Republic Lda su licenza di Fondazione Alessio Beltrami. È vietata la riproduzione anche parziale di tutti i contenuti che compongono il podcast e questa pagina web. Le parole pronunciate da Alessio Beltrami in questo podcast non rappresentano una comunicazione ufficiale di Fondazione Alessio Beltrami.
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Episodes (20/132)
Ascolto Beltrami
Tratta i clienti come studenti di un liceo anni 50
Pensa ai contenuti come se fossero una scuola. Come in ogni scuola alcuni studenti limitano a scaldare il banco e questo per le tue vendite non è un bene.
Andare in classe, sedersi, fare presenza e poi tornare a casa a fare altro è sufficiente, in alcuni casi, per prendere un diploma o superare un esame. Ma non è un modo per apprendere davvero.

Con i contenuti succede la stessa cosa: chi segue il nostro lavoro può “esserci”, consumare quello che facciamo, riconoscere la nostra faccia e la nostra voce, ma restare comunque spettatore e se voglio che diventi cliente, devo metterlo al lavoro assegnando i compiti per casa.


*** *** ***
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La voce di Alessio Beltrami viene utilizzata per gentile concessione della Fondazione Alessio Beltrami
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4 days ago
38 minutes

Ascolto Beltrami
Come riconoscere un contenuto scritto con l'AI?
La domanda che mi interessa non è come riconoscere un contenuto fatto con l’AI, ma come riconoscere un risultato umano.“Come riconoscere un contenuto fatto con l’AI?” è una domanda sexy, attira, genera discussioni, polemiche, post indignati e analisi tecniche. Ha lo stesso fascino del pettegolezzo: invece di chiederci se qualcuno si è rifatto il naso, ci chiediamo se un testo è “rifatto” dall’AI.

Cambiano i soggetti, ma la dinamica è identica. Andiamo a caccia di indizi, commentiamo lo stile, passiamo il tempo a giudicare, e nel frattempo ci allontaniamo sempre di più dall’unica questione che conta: che cosa succede alle persone dopo che sono entrate in contatto con quel contenuto.Quando mi chiedo se un contenuto “funziona”, non parto mai dalla sua purezza di origine, ma dall’output nel senso più concreto possibile: non il file, non la pagina, non l’audio, ma l’effetto sul cliente. Usiamo i contenuti per una sola ragione: ridurre la distanza che separa la nostra impresa dalle persone che potrebbero lavorare con noi. Tutto il resto è contorno. Per questo, se devo valutare un testo o un video, mi faccio una serie di domande che non hanno nulla a che vedere con l’AI.

La prima è brutale: si ricordano di noi?
Dopo aver letto, ascoltato, guardato quel contenuto, le persone se lo portano dietro oppure evapora dopo pochi secondi? Lo si vede dai segnali che arrivano dopo, non dalle nostre impressioni. Se per sei settimane insisto su un certo tema e poi le richieste che arrivano iniziano a usare esattamente le parole che ho introdotto, vuol dire che qualcosa è rimasto. Se pubblico libri, articoli, email e le domande dei clienti restano identiche a prima, è probabile che il mio materiale scorra addosso senza lasciare traccia. Degli esseri umani incontrati di persona, di solito, ci ricordiamo; delle voci automatiche del bancomat no. Questo è un primo spartiacque. 

Seconda domanda è: cambiano le loro azioni?
Dopo il contatto con i miei contenuti, il percorso delle persone devia anche solo di pochi gradi oppure resta identico? Quando scrivo o registro qualcosa, la mia pretesa – minima ma reale – è che da quel momento ci sia almeno un dettaglio della loro vita professionale che si sposta di un millimetro. Non serve una rivoluzione biografica. Basta un piccolo cambio di rotta, un “da oggi questa cosa non la guardo più nello stesso modo”. La maggior parte dei contenuti oggi ci schiaccia con la quantità, ma non modifica la direzione in cui ci stavamo muovendo. È rumore che occupa tempo senza spostare niente. 

Terzo punto: quel contenuto attiva un nuovo pensiero stabile?
Un pensiero non è solo un’idea momentanea. È una matrice con cui iniziamo a leggere i fatti. Una frase che ci resta in testa e che torna fuori quando dobbiamo decidere. Tutti abbiamo in mente una di quelle massime attribuite a un nonno, a un genitore, a un maestro: ci accompagnano per anni, anche quando non ce ne accorgiamo. Un contenuto efficace, nel mio lavoro, dovrebbe fare qualcosa di simile, portando nella testa del cliente un criterio che prima non aveva. Se dopo avermi letto o ascoltato non entra nessun modo nuovo di ragionare, abbiamo perso un’occasione. 

Quarto: fanno qualcosa per avvicinarsi a noi?
Se i contenuti servono ad accorciare le distanze, il segnale minimo che cerco è un’azione, anche piccola, che prima non c’era. Può essere un’email, l’iscrizione a una newsletter, una richiesta informazioni, il salvataggio del sito tra i preferiti, il fatto che la persona torni a leggere più volte la stessa pagina. Oggi il cliente può fare quasi tutto da solo: prenotare, scaricare, iscriversi, comprare. Non mi interessa che faccia “tutto”, mi interessa che faccia almeno un passo che senza quel contenuto non avrebbe fatto. Se le views aumentano ma nessuno si muove, è come fare un pieno di benzina e lasciare l’auto accesa in garage finché il serbatoio si svuota: abbiamo...
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1 week ago
33 minutes

Ascolto Beltrami
Reputazione e contenuti: come uscirne vivi e interi
Dalla paura della figuraccia al “me ne frego” ragionato: spostare il focus dai giudizi al fatturato. 

Concetto chiave: se voglio usare i contenuti, devo accettare che una parte del gioco sia uscire allo scoperto senza garanzie sulla mia immagine.Cosa frena davvero professionisti e imprese dal mettersi a produrre contenuti in modo franco?

Sono arrivato alla conclusione che il blocco principale non sia la paura delle critiche nel merito.

La critica, quando è seria, presuppone che qualcuno legga, ascolti, ragioni e dica “non sono d’accordo per questi motivi”, e questo accade sempre meno in un contesto che consuma tutto in superficie.

Il freno è un altro: la paura di fare una figuraccia.Più che essere contestati sul contenuto, molti temono di apparire ridicoli, improvvisati o fuori posto davanti al proprio ambiente di riferimento.

Così costruiscono lo scenario di un’entrata in scena perfetta, in cui l’unica opzione ammessa è risultare all’altezza in ogni dettaglio, senza margine per inciampi.
Finché l’aspettativa è questa, è inevitabile restare fermi.
Questa pretesa di controllo totale non è realistica perché non esiste una zona di sicurezza totale contro la derisione.

Nemmeno chi riceve il riconoscimento più alto nel proprio campo è al riparo: ogni Nobel, ogni campione, ogni figura di spicco viene accompagnata da persone che sminuiscono, ridicolizzano, negano il valore.

Con i contenuti funziona allo stesso modo: una quota di persone deriderà ciò che facciamo, e non esiste progetto comunicativo in grado di cancellare questo evento.

Certo, sono episodi fastidiosi, ma quasi mai determinanti rispetto ai risultati complessivi.
La sproporzione sta nel fatto che finiamo per fissarci su quel singolo segnale dimenticando l’insieme di riscontri positivi e di vendite che arrivano nel frattempo.

Qui entra in gioco la questione della reputazione: non esiste UNA reputazione oggettiva, esistono tante immagini di noi quante sono le persone che ci osservano.

Anche nei casi estremi, in positivo o in negativo, c’è sempre qualcuno che vede l’opposto: un professionista considerato quasi intoccabile da molti ha comunque detrattori accesi, e figure molto discusse hanno sempre sostenitori sinceri.

Non se ne esce con una formula che garantisca di essere percepiti in modo univoco.Per questo l’unica zona di relativa sanità mentale è un “me ne frego” ben impostato.

Non significa disinteresse verso la qualità del proprio lavoro, ma rinuncia all’illusione di poter controllare ogni percezione esterna.
Serve anche a spegnere quella macchina di ipotesi tossiche: “e se poi succede questo”, “e se poi qualcuno dice X”, scenari costruiti senza alcun riscontro reale, che consumano energia e tempo.

Chi decide di comunicare non può pretendere i vantaggi dell’esposizione senza accettarne il prezzo minimo.Questo prezzo si gestisce rimettendo al centro il motivo per cui comunico.

Non produco contenuti per evitare di essere deriso, li produco per vendere meglio, accorciare le distanze, costruire fiducia e farmi scegliere dalle persone giuste.

Le domande diventano allora molto concrete: ciò che sto facendo aiuta ad aumentare il numero dei clienti, la frequenza con cui acquistano, la loro spesa media, la qualità del rapporto?

Se la risposta è sì, la direzione è corretta anche se qualcuno commenterà in modo sprezzante.In quest’ottica il perfezionismo è un nemico perché chi aspetta il contenuto perfetto contro qualsiasi fraintendimento finisce per non uscire mai.

L’obiettivo va spostato da “evitare di essere derisi" a "costruire un flusso stabile di clienti soddisfatti grazie a ciò che comunico".
Accettare questo cambio di prospettiva rende più facile dire un “me ne frego” selettivo a chi deride da bordo campo e concentrare le energie sul lavoro vero.
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2 weeks ago
26 minutes

Ascolto Beltrami
Dalla reputazione alle vendite: l'ecosistema dei contenuti
I contenuti funzionano come un ecosistema: reputazione, vendite, messaggi e aspettative si sostengono o si sabotano a vicenda.

Un ecosistema, in natura, è un’unità complessa creata dall’interazione tra esseri viventi e ambiente fisico. Piante, animali e microrganismi convivono con aria, acqua, suolo e luce. Da quell’equilibrio dinamico emergono luoghi riconoscibili come boschi, laghi o deserti. Il punto decisivo è che nessuna parte vive davvero da sola. Se tocchi un elemento, anche piccolo, il sistema intero reagisce.

Questa immagine può sembrare distante dal lavoro quotidiano di professionisti e microimprese. In realtà è una lente molto concreta per capire perché, spesso, i contenuti non producono risultati stabili. Il nostro mondo non ha api e funghi, ma ha elementi equivalenti per ruolo e impatto. Ci siamo noi con la nostra identità. Ci sono le nostre idee sul mercato e sul valore che offriamo. C’è il prodotto o il servizio. C’è il messaggio che dichiariamo al mondo. Ci sono i clienti, la concorrenza, la reputazione e le iniziative commerciali. E, soprattutto, ci sono le aspettative.

Il grande errore è trattare uno di questi pezzi come se fosse indipendente dagli altri. È lo stesso errore di chi, in natura, pensa di risolvere un problema isolando una singola specie. Nel business questo si traduce in interventi a compartimenti stagni. Si lavora sulle vendite come se fossero un rubinetto. Si cambia offerta come se non toccasse l’identità. Si rincorre un’azione promozionale perché sembra facile e veloce. Poi ci si sorprende se il resto del sistema perde stabilità.

Le aspettative meritano un capitolo a parte. Le nostre aspettative guidano le azioni e determinano il modo in cui reagiamo ai risultati. Se mi aspetto un certo livello di risposta dopo tre email e non arriva, interpreterò il fatto come un problema urgente. Cercherò correzioni immediate. Ma quella misura era davvero realistica? Era davvero coerente con il punto in cui si trova il mio ecosistema di comunicazione?

Le aspettative esistono anche dall’altra parte. Ogni contenuto genera nella testa del cliente un’immagine di ciò che siamo e di ciò che faremo. Non reagiamo quasi mai al prodotto “in sé”. Reagiamo alla distanza tra ciò che immaginavamo e ciò che riceviamo. In due contesti simili potremmo lamentarci in uno e non nell’altro. La differenza, spesso, non è l’offerta. È la promessa implicita che la comunicazione ha costruito nel tempo.

Per questo, oggi, l’ecosistema è anche un fatto di coerenza. I canali non sono più mondi separati. Ciò che diciamo in una mail, in una conversazione, in un contenuto pubblico o in un incontro diretto concorre alla stessa immagine mentale. L’epoca in cui si poteva avere un volto pubblico e uno privato, senza conseguenze, è finita. Le persone non dimenticano facilmente ciò che hanno visto di noi. E non possiamo chiedere loro di cancellarlo a comando.

È qui che la reputazione mostra la sua natura ecosistemica. Non è una dichiarazione. È una stratificazione. Si forma con il tempo, con i segnali ripetuti, con le scelte coerenti. Proprio come in natura non puoi accelerare certi processi senza effetti collaterali. E soprattutto non puoi rendere reversibile ciò che è stato visto e interiorizzato dal mercato.

La concorrenza rientra nello stesso quadro. In un ecosistema vivo la concorrenza esiste e non può essere cancellata. Un mercato senza concorrenti, quasi sempre, è un mercato senza domanda. L’obiettivo non è essere gli unici. L’obiettivo è costruire un equilibrio in cui la presenza di altri attori non impedisca il nostro posizionamento e i nostri margini.

Pensare in termini di ecosistema porta a una domanda inevitabile. Qual è il tuo ecosistema ideale? Non ce n’è uno giusto in assoluto. Un grande sistema può funzionare in modo sano con logiche molto diverse da quelle di una bottega artigiana. La differenza la fa la consapevolezza del...
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3 weeks ago
29 minutes

Ascolto Beltrami
La nostalgia è uno zucchero più dolce della novità
I contenuti funzionano quando riescono a spostare il cliente dal presente scomodo verso un passato rassicurante o un futuro desiderabile.
Per farlo usano nostalgia e novità come se fossero zuccheri narrativi.
 
Se i clienti fossero già “in cassa” a pagare, non servirebbero contenuti, ma il cliente oggi è lontano da noi, sia mentalmente che emotivamente. Vive nel suo "qui e ora" che di solito non è piacevole.
Un presente carico di frustrazioni, preoccupazioni, noia, apatia e altre cose brutte. 

Il vero compito delle parole è costruire un altrove mentale dove la sofferenza viene annullata.
Un luogo narrativo in cui le cose sono state migliori oppure in cui saranno migliori e qui entrano in gioco due strumenti potenti: un passato idealizzato, con il suo effetto nostalgia e un futuro desiderabile, con la sua promessa di novità.

La nostalgia funziona perché il cervello ha un istinto selettivo e di fronte al passato tende a illuminare i ricordi belli sfumando i difetti sullo sfondo. Quando pensiamo all’infanzia, ai nonni, a come si viveva in un certo quartiere tanti anni fa, non stiamo facendo un’analisi storica, ma stiamo accedendo a un archivio emotivo che privilegia la parte rassicurante. 
Comunicare agganciandosi a quei tempi significa sfruttare questo archivio collocando ciò che vendiamo vicino a immagini e sensazioni che per il cliente sono cariche di significato positivo.
Non tutte le attività hanno lo stesso margine operativo quando si parla di nostalgia, ad esempio chi lavora con prodotti legati alla tradizione ha una corsia preferenziale. Il pane fatto con lievitazioni lente oppure il vino che richiama le vigne di famiglia hanno qualche carta in più da giocare. Così come l’artigianato, la sartoria, i mestieri di bottega... tutti contesti che offrono spunti per una narrazione ricca di effetto nostalgia. 
Persino i luoghi in sé possono diventare un dispositivo nostalgico. Una sede in un quartiere storico colloca la narrazione in un altro tempo ancora prima di parlare del prodotto. A quel punto si apre un grande spazio creativo e si possono raccontare storie legate al “come si faceva una volta”.
Si possono mettere a confronto ieri e oggi, sottolineando le continuità che rassicurano. Si possono descrivere dettagli molto concreti. I profumi di un forno acceso all’alba. I suoni di un laboratorio in cui si lavora a mano o i gesti ripetuti per anni allo stesso modo.
Ogni dettaglio sensoriale diventa un dispositivo per il teletrasporto emotivo. 
Non stai più solo dicendo “faccio il pane fresco ogni giorno”, ma stai invitando il lettore a entrare in un forno che somiglia a qualcosa che ha già vissuto, magari da bambino. È lo stesso meccanismo che sperimentiamo con la letteratura, il teatro, il cinema. Bastano poche pagine perché la nostra testa esca dal presente e ci ritroviamo in un’altra epoca, in un altro luogo. Non perché qualcuno ci ha fornito dati tecnici, ma perché ha rievocato immagini e sensazioni che si agganciano al nostro passato.

Da qui nasce la domanda: quale ricordo bello dei tempi andati può rievocare il mio prodotto o il mio servizio? Se la risposta è “nessuno”, la strada della nostalgia è più stretta. Se invece emergono luoghi, persone, rituali, odori... vale la pena insistere.

Dall’altra parte c’è l’effetto novità, che lavora sul futuro. La leva è sempre emotiva perché gli esseri umani convivono con una speranza di fondo: prima o poi le cose miglioreranno, in qualche modo.
Rimandiamo anche le decisioni necessarie perché immaginiamo un dopo in cui il problema sarà meno grave o addirittura risolto.
Il futuro ci piace proprio perché promette un mondo in cui le difficoltà del presente non esistono più. Questo tipo di narrazione si sposa bene con prodotti e servizi che promettono trasformazione. Ad esempio percorsi formativi, consulenze e strumenti tecnologici. Tutte soluzioni che...
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1 month ago
25 minutes

Ascolto Beltrami
Contenuti e amici che si fanno sentire solo quando hanno bisogno
Siamo infastiditi da chi si fa sentire solo quando ha bisogno. Ne parlo perché qui c'è un insegnamento utile per la comunicazione di imprese e professionisti. Prima un passo indietro.
Nelle relazioni esistono persone che non portano alcun contributo concreto: non ci aiutano, non risolvono problemi, non cambiano la nostra vita. Eppure la loro presenza costante ha un valore. Al contrario, proviamo fastidio per chi compare solo quando ha bisogno di noi, anche se spesso lo fa proprio perché ci considera competenti e ripone in noi fiducia.

Se analizzassimo la situazione con lucidità, vedremmo che chi si fa vivo solo al bisogno non fa nulla di moralmente scorretto. Semplicemente non ha occupato il nostro campo visivo in modo continuativo, mentre gli “amici soprammobile” sì. Quindi ciò a cui diamo peso non riguarda uno squilibrio dare e avere, ma la continuità della presenza.

Lo stesso meccanismo agisce quando osserviamo la comunicazione delle imprese. Un’attività che parla solo quando deve vendere viene percepita come opportunista, proprio come l’amico che si fa vivo solo al bisogno. Invece una presenza regolare – email, post, aggiornamenti – genera una reazione diversa. Percepiamo quelle imprese come attive, sul pezzo, coinvolte e legate al proprio settore.

I clienti raramente leggono tutto. Registrano però un’impressione: pubblicano spesso, hanno casi studio, organizzano webinar, mandano aggiornamenti... Questo basta a rafforzare nella mente l’associazione tra un professionista e la sua competenza specifica.

Ma non è sempre facile avere una presenza costante, tra i tanti ostacoli esiste la nostra paura di ripeterci o di non dire nulla di nuovo. Questo ci spinge al silenzio. In realtà è impossibile reinventare la ruota ogni volta: il focus della nostra valutazione andrebbe spostato sulla capacità di comunicare in modo personale ciò che concorrenti ripetono a pappagallo.

Per chiudere, come nelle amicizie, anche nel rapporto tra un’impresa e i suoi clienti, la relazione è un rituale che deve ripetersi. Una presenza costante rende naturale il momento della proposta commerciale e impedisce di essere etichettati come quelli che si fanno sentire solo quando hanno bisogno.


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La voce di Alessio Beltrami viene utilizzata per gentile concessione della Fondazione Alessio Beltrami
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1 month ago
23 minutes

Ascolto Beltrami
I clienti non si organizzeranno per comprare da te
Esercizio: osservare e analizzare una compravendita. Da un lato c’è un bene o un servizio, dall’altro il denaro; in mezzo, il meccanismo che consente lo scambio. Studiare questo ingranaggio, scomporlo nei suoi elementi, dare un nome a ogni componente e capire come si incastra con le altre parti, è il modo più intelligente per migliorare i risultati.

Quando le vendite non funzionano, di solito molti elementi positivi sono presenti, ma non dialogano tra loro. Questo genera frustrazione: il prodotto è valido, la location è giusta, l’assistenza è efficiente, eppure il sistema non gira. La responsabilità di farlo funzionare è soprattutto di chi vende, non del cliente, il cui ruolo è limitato alla decisione finale.

Promemoria: il cliente non organizza un proprio sistema di acquisto. Non costruisce centri commerciali, non progetta siti di e-commerce, non si coordina per chiedere servizi mancanti. Se un’informazione non c’è, tende a concludere che quell’opzione non esista. Le eccezioni – situazioni di monopolio o luoghi in cui basta “essere presenti” per vendere – sono rare e non possono essere un modello.

Per questo è necessario costruire un sistema di vendita fatto di contenuti. I contenuti sono segnali che indicano dove andare, spiegano cosa fare, chiariscono condizioni, prezzi, modalità, tempi. Devono ripetere le informazioni essenziali ovunque il cliente possa intercettarle (sito, social, email, messaggistica...).

Un buon test consiste nel chiedersi quanta iniziativa sia richiesta al cliente per ottenere risposte o compiere il passo successivo. Più l’intraprendenza necessaria è alta, più il sistema è debole.  In conclusione un sistema di vendita efficace fa 3 cose:
  • riduce al minimo gli sforzi richiesti
  • rende concreto ciò che altrimenti resterebbe solo immaginato 
  • permette al cliente di riconoscere con immediatezza come procedere verso l’acquisto.



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1 month ago
30 minutes

Ascolto Beltrami
Come far uscire i tuoi contenuti dalla bottiglia
Il “messaggio nella bottiglia” è poesia, ma se stai cercando clienti grazie ai contenuti non serve a nulla.
Se osservassimo in modo lucido certi eventi vedremmo che il ritrovamento di una lettera del 1916 in una bottiglia non celebra la “forza dei contenuti”: racconta l’angoscia di una madre senza notizie e di un figlio al fronte. È l’esempio perfetto di una comunicazione che non arriva a destinazione. Lo stesso rischio riguarda imprese e professionisti quando i messaggi restano nascosti. In letteratura è successo con i bauli postumi di Pessoa, con le opere pubblicate controvoglia di Kafka e nella musica con i materiali inediti di Verdi. Tutti patrimoni che non hanno servito il pubblico nel presente.

La comunicazione efficace non è un segreto ben custodito, né una caccia al tesoro. In un mercato ipercompetitivo, visibilità e intenzionalità sono indispensabili.  Qui un metodo pratico aiuta a evitare il “destino nella bottiglia”.  1. elencare i messaggi fondamentali che i clienti devono conoscere su valore, differenze, prove e storia. 2. datare l’ultima apparizione di ciascun messaggio; se risale a mesi o anni fa, c’è un problema. 3. misurare la probabilità che un estraneo li incontri entrando in contatto con sito, bio, headline, home page e profili social. 4. verificare la facilità di approfondimento, offrendo più formati e percorsi semplici, senza frizioni.

3 antidoti:
  • riproporre periodicamente i messaggi chiave perché ciò che conta va ripetuto
  • metterli in evidenza finché evitarli diventa difficile: posizioni strategiche, banner, headline, post fissati, call to action chiare
  • semplificare la fruizione: link diretti, video brevi, testi sintetici di supporto, caroselli, PDF accessibili

    Il messaggio nella bottiglia è la debolezza della strategia; oggi esistono canali e strumenti per consegnarlo. Aprire la bottiglia significa accorciare la distanza con i clienti, generare relazioni e vendite nel tempo presente.



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1 month ago
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Ascolto Beltrami
Come costruire una tribù di clienti attorno ai contenuti
I valori e i simboli, invece, sono il terreno dove un’impresa costruisce la propria identità. Comunicare valori significa dare voce a ciò che le persone sentono, ma non sanno esprimere. È ciò che fanno i grandi artisti e i leader politici: trasformano sentimenti diffusi in parole capaci di rappresentare un ideale. Allo stesso modo, un’impresa deve usare il linguaggio per rendere tangibili i propri principi e permettere alle persone di riconoscersi in essi.

I simboli – frasi, espressioni, rituali, nomi – rafforzano il senso di appartenenza. Possono nascere da una formula ripetuta o da un codice linguistico comune. Sono la bandiera che identifica la comunità. Quando valori e simboli si consolidano, il cliente non si limita a comprare: partecipa a un’esperienza, riconosce se stesso in una visione condivisa.

Costruire una “tribù” attorno a un’attività significa quindi unire persone attraverso bisogni, valori e simboli. Questo è un lavoro di pensiero e di linguaggio (contenuti) che paga molto bene. 


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2 months ago
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Ascolto Beltrami
Fare contenuti non basta più (ecco cosa serve oggi)
L’azione è necessaria, ma non basta. Un tempo “fare” rappresentava una virtù, soprattutto agli inizi del marketing digitale, quando costruire siti e produrre contenuti corrispondeva a fondare una nuova civiltà. Oggi la situazione si è ribaltata: l’azione è diventata facilmente sostituibile da strumenti e automatismi, mentre il pensiero resta l’unico elemento non delegabile.

La difficoltà di oggi non è più “fare”, ma decidere. Le macchine possono scrivere, disegnare, pubblicare, analizzare, ma non possono scegliere. Ogni decisione nasce da un pensiero chiaro, e proprio questa capacità è ciò che manca a molte imprese e professionisti. Delegano tutto - scelte incluse - e quando i risultati non arrivano incolpano il mercato o i collaboratori, dimenticando che la responsabilità resta di chi decide.

Il pensiero, quindi, è ciò che distingue la creazione dalla ripetizione. Senza un’idea chiara, i contenuti diventano fotocopie di ciò che già esiste, ma il pubblico reagisce solo a ciò che percepisce come nuovo. Per questo la riflessione è tornata a essere un valore: bisogna sapere cosa dire, non solo come dirlo.

Alcuni interrogativi possono aiutarci a restare svegli e dovremmo porceli ogni giorno. 
  • Da quali paure fugge il mio cliente? 
  • Qual è la sua “terra promessa”? 
  • A quali stimoli reagisce? 
  • Cosa ricorda oggi di me e cosa vorrei che ricordasse tra un anno? 
Porci ogni giorno queste domande è un antidoto potente per evitare di affondare nel già sentito.
 


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2 months ago
27 minutes

Ascolto Beltrami
Come guidare i clienti verso la scelta giusta (questionari e strumenti interattivi)
Ho creato un test composto da 10 domande che mi permette di comprendere la tua situazione con i contenuti e indicarti il prossimo passo da compiere.  

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L'ho fatto per rispondere a una richiesta che ricevo spesso. Quale corso mi consigli di fare? Attenzione però, chi si espone con domande precise rappresenta un'eccezione. Il cliente di solito di fronte a un dubbio non prende l'iniziativa e spesso rimanda l’acquisto al giorno del mai. Non deve accadere.
 Costruire dei "ponti" per aiutare le persone ad avvicinarsi è una soluzione intelligente. Ad esempio, un questionario che restituisca una risposta personalizzata.
 Certo, richiede un'analisi umana e questo è un vantaggio perché significa che qualcuno si sta prendendo la responsabilità di quelle parole (senso di sicurezza per il cliente). Chi si prende la responsabilità? La responsabilità non viene affidata a un bot o scaricata sul cliente "leggiti queste informazioni e poi decidi", ma viene fornito un riscontro umano. Così anche gli indecisi si avvicinano all'acquisto perché trovano le rassicurazioni di cui hanno bisogno. Non bastano email e telefono?  No, perché sono punti di contatto a cui arrivano solo i clienti più determinati. Per gli altri serve un percorso in cui sia possibile esprimersi senza esporsi del tutto. Come il questionario che ho creato. Funziona? Sì, accorcia la distanza, rassicura i clienti incerti e facilita il loro percorso di crescita.

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2 months ago
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Ascolto Beltrami
Quando funzionano i contenuti creati con l'AI?
Perché faticare creando contenuti quando l’intelligenza artificiale può produrli al posto nostro senza errori e con una linearità impeccabile? La risposta parte dal modo in cui ci rapportiamo alla delega, sia con le persone che con le macchine. Delegare non è un passaggio banale: richiede la capacità di trasferire idee, visione ed esigenze in modo preciso e dettagliato. Se mancano indicazioni chiare, sia un collaboratore umano che una macchina si limiteranno a una “media” delle informazioni già esistenti.  Questo genera contenuti senza unicità.

Il valore del contenuto non risiede solo nella corretta esposizione dei dati, bensì nella prospettiva che esprime. Tutti possono reperire conoscenza, ma ciò che ci rende unici è il modo personale di interpretare e affrontare una tematica. Questa unicità non si trasmette per telepatia: va esplicitata, verbalizzata, guidata. Una macchina può aiutare solo se riceve input dettagliati e accede alle nostre coordinate, ai nostri “perché”. Più siamo abili a tradurre il nostro pensiero, più la tecnologia diventa un alleato.
 Figure storiche, come grandi scrittori, sono riuscite a farsi aiutare grazie a collaboratori che hanno interiorizzato la loro visione. Lo stesso avviene quando lavoriamo con l’AI: il vero lavoro non è la semplice produzione di contenuti, ma la costruzione e la traduzione del nostro punto di vista.

Alla fine, ciò che fa la differenza è il modo in cui raccontiamo, guidiamo e trasmettiamo una visione originale. I clienti cercano unicità e riconoscibilità perché non sono interessati a ciò che già conoscono o che possono facilmente trovare altrove. È questa la vera sfida.

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31 minutes

Ascolto Beltrami
Qual è il senso dei contenuti nel 2025?
I progressi arrivano solo quando ci poniamo domande oneste, spesso sono domande scomode. Nella creazione di contenuti, la domanda più importante che mi pongo riguarda il senso stesso di investire tempo ed energie, risorse umane davvero preziose, in questa attività. Spesso ci si illude che fare contenuti abbia come scopo quello di informare, intrattenere o educare i clienti. Tuttavia, oggi queste motivazioni reggono poco: l’informazione ormai è facilmente accessibile, e non c’è nessuna garanzia che ricevere informazioni si possa trasformare in un senso di gratitudine che porta all'acquisto. Il senso di riconoscenza nei confronti di chi informa si è indebolito e non crea un legame automatico tra chi offre contenuti e chi li riceve.

L’intrattenimento, dal canto suo, è un campo difficile e competitivo, dove le piccole realtà, i professionisti e le microimprese si trovano a confrontarsi con veri specialisti, rendendo quasi impossibile ritagliarsi uno spazio significativo in grado di portare a una conversione concreta.

Anche la funzione educativa dei contenuti ha dei limiti: l’educazione non avviene in modo unilaterale. Presuppone un atteggiamento attivo da parte di chi riceve. Ma la fruizione dei contenuti oggi avviene soprattutto in modo passivo, quindi anche questa strada risulta spesso poco efficace.

Il vero motivo per cui ha ancora senso investire energie nella creazione dei contenuti, almeno per piccole realtà e professionisti, è la possibilità di costruire e alimentare relazioni autentiche. Solo attraverso un contesto favorevole all’ascolto e al ragionamento, che i contenuti possono predisporre, si crea un’interazione umana reale e duratura. Il valore non è legato al singolo aiuto o informazione, ma alla relazione che nasce e cresce nel tempo.



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La voce di Alessio Beltrami viene utilizzata per gentile concessione della Fondazione Alessio Beltrami


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2 months ago
26 minutes

Ascolto Beltrami
Creare contenuti per parlare con Barack Obama
Immagina di dover comunicare con una persona di grande rilievo: l'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama. In queste situazioni non basta avere un grande messaggio o una preparazione impeccabile. La vera difficoltà si nasconde nei passaggi che precedono la comunicazione, quei “punti di contatto”, rappresentati dalle persone che filtrano ogni richiesta e selezionano solamente ciò che davvero merita attenzione.

Lo stesso principio vale per chiunque provi a catturare l’attenzione di un cliente. Oggi abbiamo sviluppato sistemi di difesa contro chiunque cerchi di ottenere il nostro tempo. Dei veri e propri filtri mentali: il primo, rapido e superficiale, ci fa decidere in pochi istanti se qualcosa o qualcuno merita attenzione o è solo una perdita di tempo. Il secondo entra nel dettaglio e classifica in modo più preciso la proposta: questa persona che cosa fa? È rilevante per me? Come funziona concretamente quello che mi viene proposto?

Spesso l'errore è quello di presentare il nostro messaggio nel momento e nel luogo sbagliato, senza considerare questi due filtri.Soluzione: comunicare in modo chiaro e immediato chi siamo, perché il nostro messaggio riguarda l’interlocutore e come potrà fruirne facilmente. Solo dopo aver superato questi sbarramenti, possiamo comunicare in maniera approfondita.

Infine, dovremmo sempre tenere a mente che il "valore" di un contenuto non è mai assoluto. Dipende dalle aspettative e dai filtri dell’interlocutore. Filtri che sono sempre più severi. Essere efficaci significa intercettare quei filtri, rassicurare e valorizzare il tempo del cliente fin dal primo contatto.



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3 months ago
27 minutes

Ascolto Beltrami
Quanto bene potremmo farci con internet?
Ho visto il video di GiorgioTaverniti "Quanto male ci faremo ancora con internet?" e ho trovato nelle sue parole gli spunti per una puntata del podcast in cui confrontarmi con lui su quello che sta succedendo ai contenuti che vengono pubblicati online.

Così l'ho invitato e lui ha detto sì. In 39 minuti abbiamo affrontato aspetti a cui ogni impresa che vuole promuoversi grazie ai contenuti dovrebbe considerare.

In particolare:
· la deriva di contenuti falsi e poco autentici (e i danni che producono)
· il rischio di generare contenuti che dicono poco (parole vuote che non generano valore)
· l'importanza di offrire un’esperienza umana unica
· il ruolo sopravvalutato della visibilità fine a sé stessa
· il fenomeno dell’industrializzazione nella content creation
· l'opportunità persa per micro imprese che si appiattiscono su modelli di comunicazione standard

Giorgio ha sottolineato una cosa importante: i contenuti devono permettere a chi li consuma di percepire "che quelle parole le hai vissute".

Quindi i contenuti come testimonianza del nostro lavoro. La puntata è stata anche l'occasione per ripercorrere alcuni momenti della carriera di Giorgio Taverniti, dalla nascita del GT Forum alla sua rinascita in connect.gt e da qui un approfondimento sul ruolo di forum e social network e le loro differenze nell'interazione tra gli utenti.

Il bene che possiamo farci con internet dipende tutto dai contenuti che creiamo, dal patrimonio umano che siamo disposti a condividere e non per questioni etiche o ideologiche, ma perché questa è una strada sana per generare clienti consapevoli e costruire con loro relazioni commerciali che funzionano nel tempo. 

Per conoscere meglio il lavoro di Giorgio Taverniti visita https://www.giorgiotaverniti.it/

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Questa è la puntata 118 di Ascolto Beltrami L'archivio completo delle puntate precedenti è qui https://www.ascoltobeltrami.com/


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3 months ago
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Ascolto Beltrami
La grande domanda che i clienti non si stanno facendo
La vera sfida per chi fa contenuti oggi è quella di capire quale sia la grande domanda che i clienti non si stanno facendo. Veniamo da un passato in cui creare contenuti significava rispondere a domande immediate, quelle che le persone si fanno con consapevolezza, ma oggi questo approccio non basta più. Se una persona resta distante dalla mia offerta, a volte non è per la mancanza di dati o risposte specifiche. Semplicemente non percepisce come prioritaria la decisione di acquisto. Questo dipende dalla sensibilità che ha sviluppato rispetto al problema che il prodotto o servizio risolve.

Perché una persona cambi la propria prospettiva è necessario portarla fuori dal suo perimetro di abitudini consolidate, aiutandola a vedere alternative che magari non aveva mai preso in considerazione. Un modo efficace per farlo è utilizzare delle grandi domande.  "Esistono alternative migliori a ciò che stai facendo?" o "Cosa succederebbe se la situazione attuale cambiasse improvvisamente?". Domande come queste smuovono valutazioni statiche e stimolano la ricerca di nuove soluzioni.

A volte è anche utile chiedere quali dati o criteri stanno alla base delle scelte che una persona porta avanti da anni, perché spesso ci si rende conto che molte decisioni si basano più sull’abitudine che su un’analisi razionale. Il nostro obiettivo insomma è fare in modo che, attraverso domande stimolanti, i clienti mettano in discussione le proprie scelte e valutino realmente nuove possibilità. Questo attiva il pensiero critico rende più semplice avvicinare i clienti alla nostra offerta. 


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3 months ago
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Ascolto Beltrami
Come creare contenuti Post-It
I contenuti post-it sono l'esempio di come dovrebbe funzionare un messaggio efficace: appiccicarsi nella mente delle persone proprio come un post-it sul frigorifero.  

Ho riflettuto su come nascono questi contenuti e li ho analizzati.
La caratteristica principale è la “colla”: un buon contenuto post-it è breve, evidente, spesso colorato e soprattutto impossibile da dimenticare.

Nella comunicazione aziendale, si dovrebbero privilegiare messaggi sintetici e frequenti nei punti di passaggio obbligati del cliente, sfruttando ogni occasione per accorciare le distanze.

I post-it digitali possono trasmettere cose da non dimenticare, azioni importanti da compiere, informazioni utili o piccoli gesti di empatia, come messaggi motivazionali e ironici.  

Non c’è una formula universale: l’efficacia dipende dalla capacità del contenuto di generare una risposta positiva, accorciando la distanza tra azienda e cliente.  
In sintesi, una comunicazione professionale è quella in grado di creare messaggi vicini al cliente e portarlo all’azione. 


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3 months ago
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Ascolto Beltrami
La domanda è la mamma della risposta
Ogni domanda è madre di una risposta.
E ogni risposta sarà orfana senza una domanda.
Per mantenere lucidità nella creazione di contenuti mi pongo alcune domande con regolarità. Riguardano lo spazio che separa chi vende da chi compra.
Uno spazio sacro e maledetto allo stesso tempo: sacro perché lì si gioca la possibilità di incontro, maledetto perché nonostante gli sforzi, la vendita spesso sfuma.
Se però restiamo concentrati su questo spazio le probabilità di sfruttarlo nel modo corretto aumentano. 

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4 months ago
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Ascolto Beltrami
Istruzioni per accendere il cervello dei clienti
Oggi il valore dei contenuti non è più quello di rispondere alle domande pratiche, ormai esiste un sovraccarico di informazioni accessibili ovunque. La differenza non sta più nel fornire nozioni, ma nel creare momenti in cui la mente di chi ascolta o legge si mette in moto.

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4 months ago
36 minutes

Ascolto Beltrami
Vogliamo tutti avere ragione
I contenuti sono strumenti: se messi al servizio del marketing diventano strumenti di marketing e nasce il Content Marketing.  
In ogni caso sono il frutto di scelte e per arrivare a quelle scelte serve un confronto al cosiddetto “tavolo delle decisioni”. 

Qui emergono dinamiche umane universali: ognuno di noi vuole avere ragione. È una debolezza comune che finisce per compromettere ogni decisione collettiva.
Quando si sceglie cosa comunicare e come, il punto non è imporre la propria visione, ma orientare le scelte verso un obiettivo chiaro. 

Quando manca questa condizione i confronti degenerano in lotte di opinione senza senso.
Eppure la realtà che ci circonda ci mostra ogni giorno che esistono più mondi e più sensibilità: ciò che a noi sembra inutile o fastidioso, per altri rappresenta valore. Un'azienda che non prenderà mai i nostri soldi prospera grazie a clienti diversi da noi. Clienti ben felici di spendere soldi in quel modo. 

Accettare queste evidenze è fondamentale per costruire strategie solide con un approccio che vada oltre le convinzioni personali. Il rischio è confondere le proprie preferenze e intolleranze con verità assolute. 
Dire “non me la sento” è un argomento legittimo; bollare un’idea come “una cazzata che non funziona” perché non rispecchia i nostri gusti, non lo è.  

Serve onestà perché alla fine i contenuti devono parlare ai clienti, non al nostro ego. 

Le domande cruciali restano semplici: esiste un mercato? Quanto è grande? Quanto è competitivo? In quale sensibilità si inserisce il nostro messaggio?  
Solo rispondendo a queste domande, e basandoci su dati più che su percezioni personali, il tavolo delle decisioni può diventare solido e generare scelte che produrranno risultati.
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4 months ago
29 minutes

Ascolto Beltrami
Content Marketing per chi ha fame.
Il podcast settimanale di Alessio Beltrami registrato per brave persone che hanno voglia di affermarsi grazie alla forza delle loro idee. Qui trovi le istruzioni per costruire la tua strategia di marketing grazie ai contenuti.
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Ascolto Beltrami è un podcast originale prodotto da Content Republic Lda su licenza di Fondazione Alessio Beltrami. È vietata la riproduzione anche parziale di tutti i contenuti che compongono il podcast e questa pagina web. Le parole pronunciate da Alessio Beltrami in questo podcast non rappresentano una comunicazione ufficiale di Fondazione Alessio Beltrami.